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Expo e Pace

Expo della dignitàIl mio contributo a “Expo della dignità”, volume scritto a più mani (a cura di Stefano Catone e Marco Boschini, e con una prefazione di Giuseppe Civati) per ragionare sui temi, le sfide, le problematiche, le prospettive che la presenza di Expo2015 a Milano comunque ci pone.

Un ragionamento su questioni diverse e con firme molto importanti (in questo allegato PDF trovate l’indice e un estratto dell’introduzione) reso possibile da una campagna di crowdfunding su Eppela per un volume che ora trovate in tutte le librerie

 

Ragionare su prospettive di pace all’interno della cornice data dalla prossima esposizione universale di Milano non è semplice. E non solo perché finora EXPO si è contraddistinta più che altro per le problematiche, anche criminali, legate alla costruzione delle sue infrastrutture. Ma perché, sebbene la pace sia un tema che possa pervadere qualsiasi ambito, spesso si tende ad inserirla forzatamente in discorsi che hanno contenuti alquanto differenti. 

Pur con questa attenzione in mente risulta però comunque importante cercare di sottolineare gli aspetti e le dinamiche per i quali anche l’EXPO del 2015 a Milano potrebbe essere considerata (o avrebbe potuto esserlo!) una occasione privilegiata per costruire percorsi di pace.

Come punto di partenza, quasi banale, val la pena sottolineare come ogni incontro internazionale di un certo livello, che preveda una interazione fra nazioni e Stati sia sicuramente un’occasione utile per poter ragionare su un futuro di pace. Affinché però questa interazione sia davvero proficua e non si limiti ad un minuetto diplomatico fra poteri e burocrazie dal sapore oligarchico è però fondamentale che nel processo sia inserita la società civile di ciascun Paese. E non solo come comparsa, ma come protagonista di un confronto aperto ed innovativo. Il rischio di questi “grandi eventi” è invece quello dell’esclusione di qualsiasi voce che non abbia avuto accesso ai percorsi di finanziamento dei progetti incorporati direttamente nell’organizzazione dell’evento stesso. Attenzione: questa possibile esclusione non è solo derivante dalle eventuali volontà censorie e dalla necessità, soprattutto però certi governi, di eliminare voci critiche sul loro operato; in molti casi, tranne forse che per il Paese ospitante e per ovvie ragioni, sono le stesse dinamiche di partecipazione ad escludere “de facto” i gruppi più popolari e di base. Non è facile infatti avere a disposizione le opportune risorse (sia umane che finanziarie) per avere accesso ad eventi come EXPO.

Se dunque l’intenzione di chi organizza un appuntamento del genere è anche quella di tenere all’interno dell’agenda una reale e concreta discussione sulla pace, anche la valutazione su processi concreti di partecipazione allargata dovrebbe essere all’ordine del giorno.

Pure ad un livello meno profondo e radicale, ma invece dominato da un ambito di interazione governativa e politica, si potrebbe pensare di impostare una dinamica positiva nell’ottica che stiamo affrontando in questa breve analisi. Non possiamo fingere di pensare che sia normale ed ordinario un appuntamento che punta ad avere saperi, esperienze, Paesi, politiche da tutti gli angoli del mondo riuniti in un determinato luogo per un periodo di tempo relativamente breve. E su questa straordinarietà, che non è frequentissima anche per un Paese come l’Italia, si sarebbe potuta costruire ed agire una dinamica realmente positiva. Per farlo occorreva però un certo coraggio sia dal punto di vista del pensiero che delle pratiche, sicuramente meno facili degli ordinari cammini diplomatici, ma va sottolineato – nel caso dell’EXPO di Milano – come i ritardi sui tempi dei cantieri e sugli stessi progetti su cui investire fondi abbiano invece fatto privilegiare l’aspetto commerciale ed economico dell’evento. 

A questo punto bisogna anche riconoscere che l’alternativa prefigurata non è certo di facile realizzazione, anche perché una dinamica del genere dovrebbe avere alla propria base un certo rispetto dei “tempi” e delle posizioni di ciascun interlocutore (sia esso statuale o proveniente dalla società civile): altrimenti il rischio di uno sterile approccio “neocoloniale” (quasi più nel pensiero che nella pratica) sarebbe davvero dietro l’angolo.

Ma oltre che per la sua forma esterna di eventi internazionale, l’EXPO milanese avrebbe potuto (o potrà?) essere importante per la pace soprattutto per i suoi temi: cibo ed energia, declinati nel titolo tematico “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”.

Se lasciamo per un momento da parte il culto autonomo del potere (ben descritto nella letteratura moderna, dal Riccardo III in poi…) ma che si può considerare in un certo senso una devianza incapace di resistere a sé stessa senza una base socio-politica solida, sono proprio il cibo e l’energia gli elementi fondamentali che da sempre stanno alla base dei conflitti fra gruppi umani (dal piccolo fino ad arrivare ai popoli ed agli Stati).

Le strutture sociali e di potere moderne hanno infatti elevato la complessità delle proprie componenti e di conseguenza dei propri contrasti con chi si trova all’esterno di un dato perimetro di comunità, ma ciò non riesce a mascherare fino in fondo l’obiettivo finale del potere: arrivare a cibo ed energia o ai mezzi (il denaro) per procurarseli.

Se leggiamo dunque i temi principali di EXPO 2015 in questa ottica diventa più che opportuna una riflessione non solo sulle modalità tecniche migliori per arrivare a cibo e ad energia (pulita) nel futuro, ma anche su come esse si possano ottenere dal punto di vista politico. Perché se è vero che un miglioramento delle metodologie agricole o di produzione energetica (in particolare in direzione di un rispetto dell’ambiente) è fondamentale per le generazioni a venire va detto però chiaramente che i motivi per cui già oggi non tutto il mondo è sfamato adeguatamente sono prima i tutto politici ed economici. La disuguaglianza, l’assenza di democrazia, le dinamiche economiche basate sui capitali prima che sulle persone impediscono un reale accesso al cibo e continuano a tenere una grande parte dell’umanità in una condizione di fame. Lo ha già dimostrato il Premio Nobel Amartya Sen con i suoi studi, e ce lo rivelano quotidianamente dati e notizie provenienti da tutto il globo.

Questo è dunque l’elemento chiave da affrontare se veramente “feeding the planet” per chi ha pensato EXPO 2015 è un obiettivo e non solo uno slogan per ripulire la comunicazione. 

Medesime riflessioni possono valere per l’energia: chi potrebbe oggi affermare che la sua ricerca non sia in relazione stretta con i conflitti? Ciò è vero soprattutto per un’effettiva e “basilare” necessità di approvvigionamento, in particolare per le società industrialmente evolute, cui si aggiunge l’attrattiva esercitata dai grandi profitti che società e persone possono ricavare dal settore (in particolare se si agisce con pochi scrupoli, come dimostrato dalla storia degli ultimi 25 anni). Non è un caso che il settore estrattivo-minerario e quello della produzione e commercio di armi siano oggi gli ambiti che sviluppano più corruzione al mondo. Risulta lampante: i flussi di fonti energetiche e di capitali ad essi legati sono parte integrante dei conflitti armati e violenti di questi giorni: dalla Russia alla Siria, dall’Iraq alla Libia.

Studiarli ci permetterebbe di comprendere le dinamiche dei conflitti per disinnescarli, magari utilizzando proprio tali elementi come strumenti (non solo i disarmisti hanno recentemente sottolineato come un blocco dell’export di gas dalla Libia permetterebbe di disinnescare il livello di scontro molto più che un intervento militare). 

Ed è per tali motivi che uno sguardo di Pace anche sui temi e nei momenti di EXPO sarebbe auspicabile, per realizzare nel concreto dei passi positivi per il Mondo. Il più è capire se stiamo – ancora una volta – raccontando un’occasione persa o c’è tempo di recuperare, in qualche modo…

 

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