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La guerra dei droni

Mio articolo per il trimestrale di Amnesty International Sezione Italiana

Tra i cambiamenti epocali segnati dall’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 c’è anche la guerra e la maniera in cui essa viene condotta. Perché tra gli strumenti principali della cosiddetta “guerra al terrorismo” condotta dagli Stati Uniti, con il supporto dei governi europei, proprio dopo i tragici fatti di New York hanno assunto rilevanza centrale e strategica gli aeromobili a pilotaggio remoto (APR, meglio noti come droni). Dapprima impiegati in compiti di sola ricognizione e sorveglianza i droni, nella loro versione armata, sono poi diventati centrali nei conflitti armati e nelle operazioni letali condotte contro presunti terroristi (i cosiddetti “targeted killings”) anche al di fuori degli stessi campi di battaglia.

L’uso di dispositivi del genere era stato teorizzato da tempo dagli strateghi militari e le prime sperimentazioni non sono recenti. Ma l’utilizzo massiccio (che addirittura ha portato l’Air Force USA ad addestrare più piloti e tecnici di droni che di aerei convenzionali) si ha nel Terzo Millennio: dapprima solo con USA e Regno Unito, mentre ora sono quasi una cinquantina i Paesi dotati di veicoli senza pilota (sia per uso armato che di riconoscimento e sorveglianza). Tra gli altri: Australia, Germania, Russia, Turchia, Cina, India, Iran, Francia, Iraq, Svezia ma il gruppo è più ristretto se consideriamo quelli da combattimento che interessano, anche solo come prototipo, di non più di venti Paesi (tra cui Turchia, Nigeria, Iraq, Pakistan, Israele).

E l’Italia? Fra pochi mesi il nostro Paese sarà il terzo della NATO a dotarsi di droni armati, avendo ottenuto nel 2015 (dopo numerose richieste) il via libera dagli Stati Uniti alla fornitura di missili da installare sui velivoli già operativi da qualche anno (modelli Predator e Reaper prodotti dalla General Atomics). Il nostro Paese gioca inoltre un ruolo fondamentale in questa nuova “guerra” per la sua posizione strategica e per le infrastrutture militari messe a disposizione degli Stati Uniti. La base militare di Sigonella in Sicilia – che diventerà centro nevralgico per i droni a lungo raggio e snodo di comunicazioni militari – ospita da anni diversi velivoli statunitensi impiegati non solo per sorveglianza ma anche con compiti armati. Lo scorso anno è circolata la notizia di un non meglio precisato accordo tra Roma e Washington sulla partenza di missioni armate con droni statunitensi proprio base di Sigonella (configurando quindi un’azione di guerra dal territorio italiano). L’Esecutivo italiano ha cercato di derubricare la questione affermando che ci sarebbe stata autorizzato esplicita missione per missione, a scopi esclusivamente difensivi. Ma ad oggi non è dato sapere se e quali autorizzazioni siano state rilasciate dal nostro Governo negli ultimi mesi: in pratica al crescente impiego di questa tecnologia non corrisponde altrettanta attenzione da parte della politica e dell’opinione pubblica. E ciò nonostante la prima ammissione USA di vittima civile sia stata fatta per il tragico caso del cooperante siciliano Giovanni Lo Porto. Sarebbe invece necessario dotarsi di regole e strumenti di trasparenza perché, oltre la già ricordata trasformazione della guerra causata da sistemi d’arma senza pilota, l’uso dei droni armati impatta direttamente sulle vittime civili “collaterali” configurando un vero e proprio vulnus nel diritto internazionale umanitario.

La natura “nascosta” delle operazioni con i droni, più discrete anche grazie ad un minore dispiegamento necessario di uomini e mezzi, si unisce infatti anche a procedure “riservate” nell’individuazione degli obiettivi (in quanto i droni hanno bersagli specifici, non sono armamenti che tendono ad offendere il nemico in generale). Facendo immediatamente nascere groviglio di problematicità sia dal punto di vista politico e decisionale (le agenzie di contro-terrorismo definiscono strategie e obiettivi delicati ma con scarsa supervisione democratica) che da quello puramente operativo (i droni vengono lanciati da migliaia di km di distanza proprio per non dovere intervenire “sul campo”, ma questo abbassa il livello di controllo prima e dopo l’attacco). Causando vittime civili che possono arrivare fino anche al 40% del totale! Una delle motivazioni principali di questa inaccettabile conseguenza di omicidi “mirati” che invece non hanno controllo deriva dall’utilizzo dei cosiddetti “signature strikes”: si mettono nel mirino individuoinon già sulla base di informazioni personali e di certezza nella localizzazione ma di uno schema generale di abitudini ricostruito tramite dati statistici incrociati. In concreto in base ai luoghi frequentati, ai contatti (casuali/sporadici o meno) con cellule terroristiche più o meno note, agli spostamenti giornalieri, all’utilizzo o possesso (magari episodico) di un dato telefono cellulare si procede all’attacco. Senza nemmeno conoscere il nome dell’obiettivo scelto, in qualche caso . Un’azione del tutto sproporzionata e al di fuori di qualsiasi concetto di “legittima difesa” nelle leggi internazionali, che invece pesantemente i diritti personali. Se i “signature strikes” sono già problematici all’interno dei teatri di conflitto armato, divengono assolutamente inaccettabili al di fuori di esso perché di fatto ci troviamo di fronte ad una sentenza capitale emessa senza processo. Una situazione che purtroppo si sta ripetendo sempre più spesso e che in un vicino futuro potrebbe riguardare direttamente anche l’Italia.

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