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La vendita di armamenti contribuisce ad alimentare i conflitti

In un Medioriente già infiammato da tempo da conflitti armati e terrorismi uno dei maggiori pericoli all’orizzonte è il confronto sempre più serrato tra le due potenze che si affacciano sul Golfo Persico. Da un lato l’Arabia Saudita wahabita, custode di luoghi sacri dell’Islam e capofila di un gruppo di Stati sunniti che traggono dal petrolio la propria forza. Dall’altro l’Iran, baluardo dello sciismo, ‘spina nel fianco’ per tutte le mire egemoniche occidentali sulla regione. Senza voler qui pesare torti e ragioni di ciascuno, non è secondario analizzare anche le dinamiche militari e relative agli armamenti. La situazione è molto chiara: il fronte sunnita, Arabia Saudita in testa, è politicamente e militarmente appoggiato dalle potenze europee e dagli Stati Uniti, che hanno inondato il paese di armi negli ultimi decenni. Non a caso l’Arabia Saudita è il Paese al mondo con la più alta spesa militare in rapporto al proprio prodotto interno lordo. I numeri sono impressionanti: oltre il 10% del PIL (più di 80 miliardi di dollari) impiegato nell’ambito militare e acquisti di armi quintuplicati negli ultimi anni.

Tra le vendite realizzate soprattutto da aziende europee e statunitensi vanno ricordati in particolare i caccia Eurofighter e i miliardi di dollari approvati ogni anno del Congresso degli Stati Uniti per supportare il governo di Riad. Per quanto riguarda l’Italia sono emblematiche le recenti forniture di bombe, utilizzate anche nei bombardamenti sauditi in Yemen, prodotte in Sardegna. Una vendita gravissima sia per l’impatto sulla crisi yemenita (con migliaia di vittime civili) sia per la palese violazione della legge 185/90 sull’export di armi: non si può vendere a paesi in conflitto armato o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Tutte scelte insensate che gettano solo benzina sul fuoco di un conflitto ormai non più latente e si inseriscono in una linea politica di pieno supporto a tutti i regimi sunniti della penisola arabica. Dall’altra parte del Golfo abbiamo invece il regime di Teheran, che non ha la possibilità di accedere allo stesso livello di forniture occidentali e che sta dunque rivolgendosi per l’approvvigionamento di armamenti alla Russia (e in misura minore alla Cina). La spesa militare iraniana è minore di quella dell’Arabia Saudita, ma il positivo accordo sull’armamento nucleare raggiunto nel 2015 porterà a liberare molte risorse che il governo iraniano potrebbe spostare sul riarmo. Con il paradossale effetto, se le condizioni politiche nella regione dovessero continuare su questa china, di un’escalation in armamenti con possibile deflagrazione esplicita della frattura nel mondo islamico. Teheran compensa una minore potenza in armamenti con il doppio degli effettivi e un grande numero di aerei, carri armati e navi. L’Arabia Saudita sta mettendo invece in pista una ‘guerra’ del prezzo del petrolio funzionale in particolare ad indebolire l’Iran. In tale contesto particolari episodi di terrorismo in occidente potrebbero essere anche visti come un ‘pezzo’ di questo braccio di ferro, un modo per buttare l’Europa e gli Usa nella mischia dello scontro tra le due potenze islamiche più rilevanti.

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Arci Report GEN2016