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Quale lo stato di salute degli accordi internazionali sul commercio delle armi? Note a margine dell’appuntamento del Trattato Arms Trade Treaty

Articolo per Mosaico di Pace (ottobre 2019)

Un incontro tra tutti i Paesi che hanno ratificato il Trattato ATT sul Commercio di armi, la prima norma internazionale sui trasferimenti di armamenti entrata in vigore nel 2014. E’ quello andato in scena a Ginevra alla fine di Agosto, anche con la partecipazione di diversi esponenti della società civile internazionale. Gli incontri della “Conferenza degli Stati Parte” (CSP, questo il nome ufficiale di questo appuntamento periodico) sono ovviamente una grande occasione per valutare lo stato di salute degli accordi internazionali e l’impatto (positivo o meno) che essi hanno sul tema che hanno scelto di affrontare. E sono anche un momento importante per capire a che punto sia il processo di “universalizzazione” del Trattato, cioè di allargamento delle regole al numero più ampio di Paesi (visto che le norme sono vincolanti solo per gli stati che ratificano). In questo senso è sicuramente stata positiva la ratifica del Canada (tra i principali produttori di armi a livello mondiale) avvenuta poco prima della CSP e che ha portato a 104 il numero totale di aderenti all’ATT, considerando le recenti minacce di Trump di togliere la firma USA dal Trattato. Pur non avendo poi dato seguito alla ratifica (insieme ad altri 33 Paesi) fu proprio la firma del testo da parte dell’Amministrazione Obama a dare la spinta decisiva nel 2013 affinché il sogno di una serie di norme e principi che regolassero il commerci di armi, fortemente voluto dalla società civile internazionale riunita nella campagna Control Arms, divenisse realtà.

VIOLENZA DI GENERE

La Quinta CSP celebrata quest’anno aveva come focus principale uno dei grandi temi che si possono incontrare nel testo del Trattato che ha come fulcro ed obiettivo la riduzione della sofferenza umana causata da trasferimenti illegali e irresponsabili di armi: la violenza di genere. Per raggiungere questo obiettivo generale gli articoli 6 e 7 dell’ATT obbligano gli Stati che ne sono parte a includere la protezione dei diritti umani nei propri processi decisionali legati alla vendita o al trasferimento di armi in altri Paesi. Gli Stati parte non possono concedere licenze per i trasferimenti di armi se esiste una analisi o valutazione che determina l’esistenza di un “rischio prevalente” che tali armi possano essere utilizzate per commettere o facilitare una grave violazione del diritto internazionale umanitario (IHL) o del diritto internazionale umanitario (IHRL) tra cui in particolare la già citata violenza di genere (GBV). Se correttamente attuati, questi obblighi possono salvare vite umane e ridurre la sofferenza umana, a volte anche su larga scala.

Nell’incontro di quest’anno ci sono stati alcuni sviluppi positivi che però saranno privi di significato se non sono seguiti da azioni adeguate e concrete. Sulla violenza di genere (GBV) gli Stati parte hanno fatto un passo nella giusta direzione soprattutto grazie alla decisione dell’ambasciatore Jānis Kārkliņš della Lettonia, presidente della CSP5, di sceglierlo appunto come focus principale dell’incontro. L’ambasciatore Kārkliņš ha presentato una serie di raccomandazioni su come gli Stati possano comprendere e affrontare meglio l’impatto di genere del commercio di armi e migliorare l’attuazione dei criteri di valutazione di tale rischio presenti nell’articolo 7 dell’ATT. La maggior parte di queste raccomandazioni, originariamente incluse nel documento di lavoro del Presidente, sono state adottate come parte del Rapporto finale e la loro adozione segna un esito positivo della Conferenza, in quanto queste raccomandazioni enumerano azioni concrete che gli Stati parti sono incoraggiati a intraprendere. Affinché siano efficaci, tuttavia, dovranno essere attuate dagli Stati e non è ancora stato stabilito se e quando lo faranno.

NESSUNO STOP

Con l’aumentare dell’implementazione del Trattato ci si aspetterebbe che trasferimenti che vanno ad aumentare il rischio di violazioni di diritti umani diminuiscano, ma i Rapporti e gli studi di diverse organizzazioni della società civile mostrano che questi trasferimenti – e i loro effetti devastanti – non stanno per nulla rallentando. Nonostante la retorica degli Stati sul desiderio collettivo di lavorare per un’efficace attuazione del Trattato al fine di ridurre la sofferenza umana, pochissimi Stati parti sono disposti a parlare della propria conformità agli articoli 6 e 7. Ancora meno Paesi hanno citato l’ATT come motivo fondante per apportare modifiche al processo decisionale di valutazione del rischio che sia in grado davvero fermare i trasferimenti problematici, come ad esempio quelli verso il confitto Yemenita. In un evento collaterale organizzato da Control Arms proprio su questo caso specifico è stato evidenziato come questa mancanza di azione da parte degli Stati parte configuri un emblematico e crescente “divario tra retorica e conformità”. Un divario esacerbato dal fatto che non esiste un meccanismo internazionale attraverso il quale rendere gli Stati parte ATT realmente responsabili delle possibili violazioni del Trattato. Per colmare questo divario, i relatori della società civile presenti all’evento hanno presentato le azioni legali e le campagne a livello nazionale (compresa quella condotta in Italia da Rete Disarmo, oltre ai casi di Gran Bretagna, Belgio e Canada) come una strada promettente per costringere i Governi nel concreto a mettere in pista un’attuazione efficace degli articoli 6 e 7 e ritenere gli stessi Stati responsabili del danno causato quando autorizzano trasferimenti illegali e problematici di armamenti.

ESEMPI

Kristine Beckerle della ONG yemenita Mwatana ha presentato una panoramica del conflitto nello Yemen e degli impatti umanitari ampiamente documentati dei bombardamenti della coalizione saudita contro la popolazione civile e le infrastrutture. Concentrandosi sulla mancanza di adeguate indagini in merito a violazioni del diritto umanitario internazionale ha sottolineato come il flusso di armi verso l’Arabia Saudita continui nonostante il chiaro alto rischio di tali impatti. In piena discordanza con le prescrizioni del Trattato ATT. Da queste note hanno poi preso le mosse le analisi dei singoli casi nazionali: Rosa Curling dello studio legale Leigh Day, che rappresenta la campagna contro il commercio di armi (CAAT) nel contenzioso contro il governo del Regno Unito, ha descritto le azioni legali e gli argomenti utilizzati da CAAT per sfidare le vendite di armi del Regno Unito e il successo recente presso la Corte d’appello che ha bloccato le vendite proprio sulla base del fatto che non c’è stata acquisizione e valutazione delle prove di violazioni di diritti umani. Cesar Jaramillo del Progetto Ploughshares canadese ha sottolineato le lacune tra gli standard ATT e la realtà concreta della sua attuazione mentre il Vincent Letellier del Cabinet d’avocats B49 ha presentato due casi portati in tribunale in Belgio riguardanti vendita di armi verso Libia e Arabia Saudita, dimostrando le sfide relative all’opacità delle decisioni di autorizzazione, anche a causa di argomenti dei Governi sul segreto commerciale e sugli interessi strategici. Infine il sottoscritto a nome di Rete Disarmo ha sottolineato l’importanza dei Rapporti ufficiali sui diritti umani delle agenzie ONU per poter esercitare le opportune pressioni sui Governi nazionali e forzarli a seguire le regole e i criteri nazionali e internazionali sulle esportazioni di armi. Occasione anche per presentare le iniziative legali condotte dalla RID in questi anni (che hanno portato all’indagine della Procura di Roma ancora in corso) e gli ultimi sviluppi legati alla decisione del Governo italiano di sospendere tutte le forniture di missili e bombe verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi.

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