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Disarmanti parole

Intervista per Vita Tretina, con una “rilettura” del Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali 2023 di Papa Francesco

“Nel drammatico contesto di conflitto globale che stiamo vivendo è urgente affermare una comunicazione non ostile (…) Abbiamo bisogno di comunicatori disponibili dialogare, coinvolti nel favorire un disarmo integrale e impegnati a smontare la psicosi bellica che si annida nei nostri cuori”.

Che dire? Si può solo dire ‘Amen’ a commento di un’enunciazione tanto chiara e netta”. Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo, “rilegge” il Messaggio di papa Francesco per la Giornata delle Comunicazioni Sociali evidenziando, in primo luogo, il richiamo forte alla responsabilità di ciascuno – e non solo degli operatori dell’informazione – ad impegnarsi per una comunicazione “dal cuore e dalle braccia aperte”, tanto più in un periodo, come l’attuale, segnato, rimarca il Papa, da polarizzazioni e contrapposizioni.

Vignarca, da dove cominciare?

Il primo passo per una comunicazione non ostile è partire dai fatti, sforzarsi di essere il più possibile aderenti alla realtà delle cose. Se affermiamo che la pace deve essere giusta, se diciamo che chi è aggredito va difeso, ciò deve valere sempre, non a seconda delle nostre convenienze del momento. 

Come tradurre l’invito a “comunicare cordialmente”?

Direi che occorre ricordarsi sempre – vale anche per gli operatori della comunicazione – che ciò che comunichiamo, e il modo in cui lo facciamo, ha impatto sulla vita delle persone.

Polarizzazioni e contrapposizioni, che il Papa denuncia, portano a semplificare le questioni e a radicalizzare le posizioni.

L’altro aspetto è quello della banalizzazione. Il linguaggio è bellico anche quando è banalizzato. La pace è complessa, è – come diceva don Tonino Bello – la convivialità delle differenze, richiede fatica. Non c’è solo un buono e un cattivo. La comunicazione che vede solo bianco e nero è violenta, perché toglie le sfumature, non permette di cogliere il positivo che c’è in tutti e in tutte le situazioni. Non si può affermare, come qualcuno ha fatto, che i russi sono tutti bestie: finiremmo per giustificare chi dice “Gli ebrei sono tutti bestie, gli zingari sono tutti bestie”. 

Comunicare in modo non ostile è responsabilità di ciascuno, insiste papa Francesco.

Come comunicano le organizzazioni, le istituzioni, le Chiese? Non è importante solo cosa dicono, ma come lo dicono. Questo è fondamentale, perché altrimenti il rischio è o di non dire niente o di ricadere in una modalità violenta, tagliando tutto con l’accetta e facendo una suddivisione tra buoni e cattivi, che è sbagliata, in generale.

Come capita quando si alza qualche voce fuori dal coro del mainstream, come è successo al fisico Carlo Rovelli dopo il suo intervento di denuncia degli affari legati alle armi dal palco del concerto del Primo Maggio.

Si può anche non essere d’accordo con le sue idee, ma la reazione alle sue parole è stata di “arruolarlo” automaticamente nelle file del nemico e di censurarlo, cancellando, almeno in un primo tempo, la sua presenza alla Fiera del libro di Francoforte, nel 2024, in rappresentanza dell’Italia. Chi non sta dentro la vulgata maggioritaria è visto come il nemico. Ma questa è una reazione autoritaristica.

“Il primo passo per una comunicazione non ostile è partire dai fatti, sforzarsi di essere il più possibile aderenti alla realtà delle cose”

Con le armi non si otterrà mai la sicurezza e la stabilità, ma al contrario si continuerà a distruggere anche ogni speranza di pace”, ha ripetuto papa Francesco domenica 14 all’Angelus. Le insistite prese di posizione del Papa contro la guerra e contro le armi danno fastidio, vengono silenziate.

Queste reazioni alle parole del Papa ricordano in modo impressionante la campagna che si scatenò contro papa Benedetto XV “reo” di aver scritto una lettera “ai Capi dei popoli belligeranti” nella Prima guerra mondiale.

Il 16 maggio, il New York Times ha pubblicato un annuncio a tutta pagina firmato da 15 esperti di sicurezza nazionale statunitensi, che definisce la guerra in Ucraina un “disastro assoluto” ed esorta il presidente Biden e il Congresso a porvi fine rapidamente “attraverso la diplomazia”, per evitare il rischio di un’escalation devastante. Negli stessi giorni, il presidente ucraino Zelenskiy compiva il suo tour europeo per chiedere più armi, e in Italia un appello firmato da “esperti”, analisti militari, giornalisti, parlamentari ha chiesto maggiore sostegno militare all’Ucraina.

Tra i firmatari di quell’appello c’è anche chi è stato fino all’altro giorno nel cda di Eni, che negli ultimi otto anni ha fatto un sacco di accordi con Gazprom, che noi di Rete Disarmo e altri contestavamo. Con quei soldi Putin si è riarmato. Con che coerenza, mi chiedo, questi sedicenti esperti parlano e zittiscono chi, come noi, propone altro? Ci dicono che non siamo esperti di guerra: va bene, ma siamo esperti di pace.

Così il pacifismo con le sue proposte è dileggiato, irriso, silenziato.

Non abbiamo mai detto che la pace si fa sventolando le bandierine. La pace è un percorso difficile, si fa con i progetti. Noi siamo in Ucraina, ci sono i nostri della Comunità Papa Giovanni XXIII, abbiamo fatto le Carovane. Vogliamo discuterne? Noi con chi sostiene che le armi possono servire alla difesa ci confrontiamo, ci ragioniamo soprattutto con gli Ucraini. Ma non è possibile il confronto con chi banalizza le posizioni degli altri con il cosiddetto “argomento fantoccio”, cioè inventandoselo.

Ad esempio?

Ci dicono: Se uno ti dà un pugno, tu gli rispondi! Ma qui non stiamo parlando di un cazzotto, ma di un sistema, di una scelta strutturale che coinvolge paesi, milioni di vite, ambienti che vengono devastati. Ridurre tutto alla banalizzazione della guerra credo che sia il contrario di una comunicazione seria, che sa tenere in considerazione la complessità. Attenzione: a banalizzare sono anche, talvolta, taluni che a parole dicono di essere dalla parte della pace, ma fanno gli stessi errori.

Con chi invece è possibile il confronto?

In questi lunghi mesi ho trovato più produttivo confrontarmi con i militari, piuttosto che con taluni sedicenti esperti. Perché i militari sanno com’è la guerra, sanno che le bombe non portano la pace, che non basta la vittoria per ricostruire… L’hanno detto il Capo del Pentagono Miller, il Capo di Stato Maggiore Cavo Dragone: non ci potrà essere una soluzione militare alla guerra in Ucraina. Perché invece c’è una comunicazione molto vigorosa che afferma il contrario?

E che giunge a mistificare i fatti, come denuncia papa Francesco.

Noi sappiamo di non avere la verità in tasca, ma quello che proponiamo lo abbiamo visto e sperimentato in altri conflitti. A differenza di certi “espertoni”, le nostre organizzazioni sono in tutti i conflitti, lavorano a difesa delle vittime, cercano di capire e di portare la pace.

La pace richiede un lavoro serio e continuativo.

Non ci si può fermare agli slogan. La pace richiede ragionamento, coinvolgimento. La nonviolenza è controintuitiva. Pietro ha tirato fuori la spada e ha cercato di ferire il servo del Sommo Sacerdote. La richiesta di Gesù – “Rimetti la spada nel fodero!” – è controintuitiva. Serve un approccio che comunica e che approfondisce.

“La comunicazione bellica perpetua un sistema che favorisce chi ha il potere”

Papa Francesco invita, nel suo messaggio, a “trovare le parole giuste” per “disarmare gli animi” e promuovere un linguaggio di pace. Voi lo state facendo, ad esempio, con il sostegno alla Object War Campaign, la campagna internazionale a sostegno degli obiettori di coscienza e renitenti al servizio militare in Ucraina, Russia e Bielorussia.

Per inciso, Carlo Rovelli ne è testimonial. La petizione online a sostegno dell’iniziativa ha superato le 50.000 firme e si è conclusa il 15 maggio, Giornata Internazionale dell’Obiezione di Coscienza. Il 16 maggio a Roma sono state promosse manifestazioni davanti alle ambasciate russa, ucraina e bielorussa e l’appello alle istituzioni europee e ai singoli paesi dell’Unione è stato rilanciato nel corso di una conferenza stampa al Senato. Siamo davvero convinti che si debba promuovere e sostenere il diritto a dire no alla guerra in tutti e tre questi paesi. Altrimenti cadremmo nell’errore di condannare le guerre e le vessazioni degli altri e di giustificare le guerre e le vessazioni “nostre”. Bisogna partire da dei principi che siano riconosciuti per tutti: il diritto all’obiezione è uno di questi.

Anche in questo caso, il rischio di manipolazioni e strumentalizzazioni è concreto.

I giovani con cui siamo in contatto rifiutano il servizio in armi, ma chiedono di mettersi a disposizione dei loro paesi in altro modo, ad esempio aiutando la popolazione civile. Anche questo è fondamentale e salva vite umane. Tutto ciò dobbiamo comunicarlo e farlo conoscere nel modo corretto, perché c’è chi fa presto a banalizzare e mistificare, proprio come accadeva cent’anni fa: “Ecco i panciafichisti, quelli che si nascondono, i pacifinti…”.

è anche questo un modo per promuovere una comunicazione che, come chiede papa Francesco, “aiuti a creare le condizioni per risolvere le controversie internazionali”?

La comunicazione, se è allargata, trasparente, fa ritornare al centro gli interessi di tutti. La comunicazione bellica perpetua un sistema che favorisce chi ha il potere, favorisce chi col conflitto ci fa i soldi, chi porta a casa commesse per nuove armi. Mentre invece i soldi servirebbero per contrastare il cambiamento climatico, promuovere la salute, rafforzare il sistema di welfare. Il problema è che spesso e volentieri pezzi della comunicazione sono a servizio di questi potentati. Per questo è fondamentale ogni voce, come quella del Papa, per fare in modo che le cose si sappiano e ci sia la possibilità per le persone di conoscerle.

 

(Articolo pubblicato su Vita Trentina n. 20 del 20/5/2023)