Una intervista per Radio Città Fujiko, a cura di Alessandro Canella
Dagli allarmi su attacchi dati sempre più imminenti alla reintroduzione della leva militare, dal riarmo alla penetrazione dei luoghi del sapere. I governi di Italia ed Europa procedono a passi spediti verso una militarizzazione della società, imponendo nel discorso pubblico e nelle istituzioni concetti e provvedimenti che hanno a che fare con la guerra.
Tutto ciò in maniera assai poco democratica, dal momento che le opinioni pubbliche e la cittadinanza dei diversi Stati ha mostrato a più riprese e in diversi modi la propria opposizione.
Come sta avvenendo la militarizzazione della società: il linguaggio e la semantica
Secondo Francesco Vignarca, portavoce della Rete Italiana Pace e Disarmo, in corso c’è uno slittamento semantico propedeutico alla militarizzazione vera e propria della società. Ciò è reso necessario dalle resistenze che le opinioni pubbliche hanno mostrato nei confronti del riarmo e della guerra, che si è tradotto in manifestazioni di piazza oceaniche, lotte nelle università contro i progetti di ricerca a favore dell’industria bellica, e scioperi, ultimo in ordine di tempo quello dei giovani tedeschi contro la reintroduzione della leva militare.
«Se le persone avessero accettato questo scellerato patto verso il riarmo non ci sarebbe bisogno delle campagne politiche e mediatiche a cui assistiamo», sottolinea Vignarca.
Non a caso, ad essere più sensibili a queste sirene di guerra sono, come rivelano i sondaggi, le fette più anziane e più garantite della popolazione «che tanto in guerra non andranno», mentre i giovani si mostrano più ostili, sia per non essere arruolati, sia perché non vogliono un futuro di guerra. Una questione anche generazionale, quindi.
Il portavoce dei pacifisti individua due strumenti attraverso i quali si produce lo slittamento semantico verso la militarizzazione. Da un lato, infatti, si agita la paura, «perché quando le persone hanno paura si forzano ad accettare cose che altrimenti non accetterebbero». Dall’altro attraverso una sorta di moral suasion sui benefici che l’investimento in armamenti produrrebbe.
«Sui media mainstream si mette spesso al centro l’industria militare come motore dell’economia, mentre sappiamo che è un settore marginale», sottolinea Vignarca.
In questa dinamica vengono utilizzati e abusati i concetti di difesa e sicurezza, ma con una restrizione del significato che include solo la sfera militare. E chi non lo accetta viene accusato di «non avere una cultura della difesa» o, come ha fatto la vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno utilizzando un neologismo, di “difesofobia”.
Il processo di slittamento semantico verso la militarizzazione affonda le proprie radici nei decenni scorsi, quando si parlava di “missioni di pace” e si mandavano in giro contingenti militari a combattere, sottolinea Vignarca.
Negli ultimi 25 anni, però, sono aumentate in modo corposo le spese militari, eppure non è aumentata la sicurezza a livello globale, anzi. Constatazioni che provocano spesso una reazione stizzita da parte dei sostenitori del riarmo, secondo cui i pacifisti sono o amici del nemico o ingenui.
Le realtà pacifiste sostengono che i concetti di “difesa” e “sicurezza” sono assai più ampi di quelli utilizzati oggi. In altri termini, non si devono intendere solo in chiave militare e bellica.
«Quando tutti stiamo bene, aumenta la sicurezza – sottolinea il portavoce della Rete Italiana Pace e Disarmo – Se ci sono differenze di ricchezza e potere, ecco allora che chi ha meno pensa a colmare quel gap, ad esempio per quanto riguarda le armi, mentre chi ha più armi cerca di mantenere la propria prevaricazione».
Vignarca contesta anche la matrice nazionalista del concetto di difesa per come viene utilizzato oggi. «Cambia la prospettiva e cambiano gli strumenti che si devono mettere in pista se consideri che sono le persone a dover essere difese e non gli Stati, mentre si tende a fare il giochetto del Risiko. La sicurezza è quella delle persone, non è un concetto territoriale che è molto antico, ma che sta tornando in auge perché è molto strumentale a chi vuole aumentare la spesa militare non per aumentare la sicurezza, ma per aumentare la sicurezza e il potere di chi trae giovamento da questo».