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New START: il rischio di un inverno nucleare

Il trattato New Start per il controllo reciproco degli arsenali nucleari di Russia e Stati Uniti è stato lasciato scadere a febbraio, creando un pericoloso vuoto ma soprattutto un pessimo segnale per la proliferazione incontrollata di ordigni atomici da parte di medie potenze. Mio commento per Sbilanciamoci.

Qualche giorno fa (esattamente il 5 febbraio) è scaduto il Trattato New START – l’ultimo grande accordo di controllo degli arsenali nucleari tra Stati Uniti e Russia – e con esso è svanito un pilastro cruciale di quella fragile architettura di fiducia che ha retto per decenni le relazioni tra le due più grandi potenze atomiche del pianeta. Non è un dettaglio tecnico che riguarda soltanto gli addetti ai lavori, ma un evento che ci riguarda tutti. Mosca nelle ultime settimane aveva chiesto a Washington di estendere l’accordo – alle condizioni attuali – in vista di eventuale giro di negoziati per un nuovo Trattato. Ma Donald Trump ha sempre rifiutato, annunciando però di essere al lavoro per arrivare ad  un accordo più ampio. Non è dato sapere se si tratti o meno di annunci affidabili, considerando che il presidente USA sulla questione degli arsenali nucleari è stato ancora più ondivago, opaco, inaffidabile che su altri temi… Il che è tutto dire!

Va qui ricordato come il New START, entrato in vigore nel 2011 e prorogato di cinque anni nel 2021, è stato più di un accordo sui quantitativi di ordigni nucleari – imponendo limiti vincolanti a 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per parte e 700 vettori operativi – ma anche e soprattutto ha creato in un certo senso un regime di controlli reciproci, ispezioni e notifiche che costituivano la spina dorsale della trasparenza nucleare tra Washington e Mosca. La scadenza di un diritto/dovere così ingombrante nella storia della sicurezza globale reca con sé un vuoto di regole e di verifiche: regole che non servono a garantire un’illusoria pace, ma a gestire i rischi di incomprensioni, di calcoli errati, di escalation accidentali in un mondo dove le tensioni sono tornate a salire.

A essere state spazzate via dalla irresponsabilità (calcolata?) di Putin e di Trump non sono state dunque solo cifre e limiti tecnici, ma la tranquillità minima di sapere che l’altro non sta preparando un attacco a sorpresa devastante, e che non si è di fronte allo spettro di un’escalation accidentale o fraintesa. Senza questi meccanismi di verifica – senza occhi e orecchie condivisi – il rischio di dinamiche “non volute e non razionali” nelle reciproche decisioni sugli arsenali nucleari cresce a dismisura. È la logica del peggior scenario, quella in cui la conoscenza dell’altro viene meno e al suo posto regna la sfiducia. Il pericolo reale non è ipotetico ma concreto: senza vincoli, né Stati Uniti né Russia saranno obbligati a mantenere limiti al numero di testate e vettori dispiegati, con la prospettiva reale di una nuova corsa agli armamenti che potrebbe coinvolgere anche altri attori nucleari. Non si tratta di un catastrofismo astratto, ma di una previsione basata su analisi di esperti della sicurezza internazionale, che vedono nella fine del trattato un possibile incentivo alla proliferazione piuttosto che al suo contenimento.

Con il tramonto del New START non è restata alcuna cornice giuridica bilaterale che limiti l’espansione degli arsenali strategici di USA e Russia (ultimo figlio di una importante stagione di disarmo iniziata con la fine della Guerra Fredda). E in un mondo in cui circa l’87 % delle testate nucleari globali è nelle mani di questi due Paesi, la posta in gioco è semplicemente la possibilità di gestire razionalmente la competizione strategica piuttosto che affidarla all’incertezza, alla paura e all’istinto di armarsi sempre di più. Come sottolineato da tutte le organizzazioni che si battono per il disarmo nucleare (la International Campaing to Abolish Nuclear Weapons in primis, e nel nostro Paese la mobilitazione “Italia ripensaci”), per il controllo degli armamenti e per il disarmo non sono sinonimi, ma tappe consequenziali: il controllo serve a creare fiducia, a mantenere limiti condivisi e verificabili; il disarmo è la spinta idealmente necessaria a trasformare quella fiducia in un mondo senza armi nucleari. Eppure, senza nemmeno il primo passo – senza un accordo che garantisca trasparenza – ogni sforzo di disarmo rischia di apparire velleitario.

La narrazione dominante spesso riduce il problema al confronto tra Stati Uniti e Russia, ma la verità è che la scadenza del New START ha effetti che travalicano il dualismo bipolare: manda un segnale a tutte le altre potenze nucleari e aspiranti tali che il controllo reciproco non è più una priorità. È una specie di licenza implicita a modernizzare arsenali, ad investire in nuove generazioni di testate, a rivalutare dottrine di uso che dovrebbero invece essere sempre più obsolete in un mondo che chiede disarmo, non riarmo. In Italia, in Europa, nel dibattito politico e sociale, manca spesso la consapevolezza di quanto ciò sia un salto all’indietro per la sicurezza collettiva. Non si tratta di proclami pacifisti idealistici, ma di una lettura pragmaticamente realistica: senza trasparenza e controllo, ogni calcolo strategico è condannato a essere sospetto, e ogni sospetto è terreno fertile per decisioni irrazionali e pericolose.

Servono allora due risposte complementari. La prima è urgente: riattivare o reinventare meccanismi di controllo multilaterale che non dipendano solo da due potenze, ma coinvolgano un quadro più ampio di Stati nucleari, con regole chiare e verifiche condivise. La seconda è politica e culturale: dobbiamo smettere di ragionare come se la questione nucleare fosse lontana dai nostri problemi quotidiani, come se fosse una faccenda di summit elitari. Non lo è. È una questione di sicurezza collettiva globale, e la sua regressione riguarda ognuno di noi.

In un mondo in cui ogni passo indietro di controllo alimenta la spirale della sfiducia, la scadenza del New START non può essere accolta come un fatto “normale”. È un monito: se non troviamo altri modi per vedere, sapere e verificare, rischiamo davvero di ritrovarci in un nuovo, pericoloso inverno nucleare, dove anche un errore di calcolo può avere conseguenze inimmaginabili.