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Il mio sostegno a Lula e alla democrazia in Brasile

Nella notte è anche arrivato l’ordine di incarcerazione da parte del giudice Moro (colui che è stato sguinzagliato da mesi sulle tracce dell’ex-presidente, non certo per trovare giustizia). Epilogo ancora peggiore degli arresti domiciliari che erano previsti dopo la decisione del Supremo Tribunale Federale brasiliano di permettere l’arresto addirittura prima della sentenza definitiva. Ma ormai da tempo chi osserva attentamente la querelle giudiziaria di Lula (il “presidente operaio” del PT) ha capito che si tratta di un accanimento che poco ha a che fare con il tentativo di perseguire l’alta corruzione in Brasile (che pure ha toccato il Partito dei Lavoratori PT) e cerca bensì di “normalizzare” il tentativo di un popolo di sciogliere le catene dell’oligarchia. Dopo anni in cui il Governo di Lula (sconfitto numerose volte alle elezioni presidenziali, anche con probabili brogli e condizionamenti, prima di riuscire a dare un volto nuovo alla leadership del più grande Paese sudamericano) aveva provato a scuotere il gigante brasiliano e ad aggredirne le enormi ed inique disuguaglianze. Facendo crescere l’economia e l’inclusione sociale come mai nella storia di una nazione uscita non molto tempo fa dalla Dittatura (che incarcerò lo stesso Lula). E lanciando programmi ambiziosi come “Fame Zero”, ad esempio. Come ha bene spiegato anche il New York Times c’è quindi in gioco molto di più che la persona di Lula, ma la ancora fragile democrazia in Brasile.

E io allora non ho voluto dimenticare. Che cosa? Che il mio primo affacciarmi sul mondo e sulle situazioni di ingiustizia è stato proprio in Brasile, con il sostegno al lavoro dei missionari in Parà. Non ho voluto dimenticarmi delle grandi manifestazioni a Belém (un popolo in strada a gridare “Brasil doente, Lula presidente!”) per una delle prime campagne elettorali di Lula… con evidente repressione per impedirne l’elezione (in uno degli stati brasiliani più in mano ai latifondisti). E non voglio nemmeno dimenticarmi del suo tentativo di introduzione di uno “Statuto sul Disarmo” per eliminare le armi dalle strade del Paese più violento del LatinoAmerica (e forse del mondo, ora); una iniziativa che aveva già iniziato a dare primi risultati (con oltre 3.000 morti in meno in un anno!) ma che venne fermata da un referendum del 2005 in cui i poteri forti (e i media potenti) si schierarono per il NO al mantenimento dello Statuto. Iniziativa invece sostenuta dalla Rete Disarmo e dalla Campagna Control Arms

Per questo ho voluto anche io sottoscrivere il testo di appello che riporto qui sotto, firmato e sostenuto anche da importanti personalità della politica, del sindacato, dell’associazionismo italiano che hanno incrociato (in situazioni e ambiti diversi) l’azione politica e di Governo di Lula e del PT in Brasile. Perché in gioco, davvero, non c’è solo il futuro politico e personale di Luiz Inácio Lula da Silva ma anche quello della democrazia nel più grande paese del Sud America

 

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GARANTIRE ELEZIONI LIBERE E GIUSTE IN BRASILE, NON IMPEDIRE LA CANDIDATURA DELL’EX PRESIDENTE LULA 
Da ormai oltre quattro anni in Brasile è in corso un’iniziativa giudiziaria che ha coinvolto l’ex Presidente Lula e che rischia oggi di precipitare la democrazia brasiliana in una crisi grave e preoccupante.

Riteniamo che la lotta alla corruzione sia necessaria per garantire ai cittadini un funzionamento trasparente ed efficace del sistema istituzionale e riteniamo che anche in Brasile, come in tutti i paesi democratici, per combattere efficacemente fenomeni di malcostume e impropri rapporti tra economia e politica, siano necessarie riforme politiche profonde. Ciò tanto più in un momento in cui il populismo e la demagogia investono con forza – anche se in forme diverse – praticamente tutte le democrazie avanzate.

Tuttavia, in nome della lotta alla corruzione non si può rischiare di mettere in crisi uno dei principi irrinunciabili della democrazia che risiede nella necessità di mantenere una distinzione ed un chiaro equilibrio tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

Dopo anni di indagini e di azioni giudiziarie, in cui molti osservatori e giuristi internazionali hanno riscontrato anche elementi di persecuzione personale, infatti, non sono emerse a carico del Presidente Lula prove tali da dimostrare che egli si sia appropriato di risorse pubbliche o abbia ricattato imprese per ottenere benefici personali.

Nonostante ciò, in virtù di una sentenza – discutibile e discussa anche da molti giuristi brasiliani in quanto contraddice una delle norme della Costituzione di quel Paese –  che prevede la possibilità di arresto prima dell’ultimo grado di giudizio, il Presidente Lula rischia nei prossimi giorni di essere condotto in carcere.

Tutto questo mentre è in corso la campagna elettorale verso le Presidenziali del prossimo ottobre alla quale il Presidente Lula partecipa e, stando ai sondaggi, con notevoli possibilità di successo. Giova d’altra parte ricordare come il contesto politico brasiliano sia stato in questi anni bruscamente scosso da un procedimento di impeachment nei confronti della Presidente Dilma Rousseff che ha portato – senza nuove elezioni – ad un vero e proprio ribaltamento politico essendo il governo in carica del Presidente Temer – già vicepresidente di Dilma – un esecutivo conservatore e di destra.

Siamo persone che a vario titolo hanno conosciuto l’esperienza del Governo Lula e abbiamo potuto apprezzare i cambiamenti impressi in quegli anni, soprattutto sul piano sociale. Per convinzioni ideali e politiche siamo vicini al popolo brasiliano e a tutte le forze che in quel Paese si battono per la giustizia sociale, contro la povertà, per lo sviluppo sostenibile e il progresso anche delle aree e dei ceti più deboli.
Per tutte queste ragioni vogliamo oggi esprimere una grande preoccupazione ed un vero e proprio allarme per il rischio che la competizione elettorale democratica in un grande Paese come il Brasile venga distorta e avvelenata da azioni giudiziarie che potrebbero impedire  impropriamente ad uno dei protagonisti di prendervi parte liberamente.

Romano Prodi, Presidente del Consiglio dei Ministri ,1996-1998 e 2006-2008

Massimo D’Alema, Presidente del Consiglio dei Ministri 1998-2000; 

Luigi Ferrajoli, Giurista e Professore di Filosofia del Diritto, Università degli Studi di Roma3, Membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Lelio e Lisli Basso

Salvatore Senese,  Magistrato, ex Presidente di sezione alla Corte de Cassazione, ex membro del Senato della Repubblica Italiana, ex Presidente del Tribunale Permanente dei Popoli

Susanna Camusso,  Segretario Generalle  Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) 

Marina Sereni,  Deputata e Vice-presidente della Camera dei Diputati 2014-2018

Piero Fassino, Deputato ex Ministro di Grazia e Giustizia

Lia Quartapelle, Deputata dal 2013

Luciana Castellina,  Giornalista, scrittrice italiana,  ex membro del Parlamento Europeo

Pier Luigi Bersani, Deputato, ex Ministro e ex Presidente della Regione Emilia-Romagna

Vasco Errani, Senatore e ex Presidente della Regione Emilia-Romagna

Guglielmo Epifani, Deputato,  ex Segretario Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) 

Gianni Tognoni, Medico ricercatore, Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli e membro del  Consiglio  di Amministrazione della Fondazione Lelio e Lisli Basso

Roberto Vecchi, Professore,  Direttore Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne della Università di Bologna 

don Luigi Ciotti – Presidente di Libera

Carmelo Barbagallo – Segretario Generale UIL

Francesco Vignarca – portavoce Rete Italiana Disarmo

Gennaro Carotenuto – storico Università di Macerata

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