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Universale. Diritti. Umano. Una riflessione sull’Articolo 1

In occasione del 70° anniversario del voto che ha sancito la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani QCode Magazine inizia un percorso di racconto collettivo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Mi hanno chiesto di dire qualcosa sull’Articolo 1… ecco il risultato!

#HumanRightsDay #Pace #Disarmo #Nonviolenza

 

È indubitabile l’alto impatto e la suggestione che il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riesce a suscitare in chi lo legge con attenzione e in maniera non scontata.

La libertà e l’uguaglianza per tutte le persone, la presenza contemporanea di dignità e diritti in ogni luogo e per ogni tempo…

Si tratta davvero del grande compimento della stagione delle “Dichiarazioni dei diritti” iniziata con la Rivoluzione francese. Ma sarebbe un grave errore considerarla un punto di arrivo e personalmente, come persona che cerca di considerare i diritti umani come propria bussola quotidiana, proprio l’Articolo 1 mi ha sempre suggerito invece l’idea di un primo passo che attende tutti quelli successivi. Di un percorso ancora da intraprendere e soprattutto da completare.

Sbagliano tutti coloro che considerano questo testo – votato proprio settant’anni fa – come una specie di monumento, un simulacro di belle intenzioni ma che rimane freddo e fuori dalla storia quotidiana. È in realtà uno sprone, soprattutto perché (forse per la prima volta in maniera così compiuta) parla di diritti una prospettiva eminentemente sociale e collettiva.

Non c’è più solo una rivendicazione individualista di ogni persona contro il mondo, ma una chiara consapevolezza del fatto che la dignità e diritti di ciascuno si possano realizzare solo se collettivamente si è in grado di costruire a partire dai diritti una nuova forma società. È il primo seme della pace positiva, è il primo seme di una pace vista non solo come assenza di guerra e del tuonare del cannone (non va dimenticato come il voto di Parigi avveniva pochi anni dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale) ma come compimento dei diritti umani per tutti e per ciascuno.

Per questo ognuno di noi è chiamato a realizzare il proprio passo verso il compimento dell’Articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e come attivisti del disarmo umanitario (da notare questa formula e questa significativa consapevolezza che i movimenti contro le armi hanno ormai acquisito) ne abbiamo avuto prova proprio un anno fa, quando la nostra campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace.

Ed allora è importante capire la portata rivoluzionaria di quelle che non sono solo parole, ma sono ormai anche un progetto politico che deve essere dichiarato se vogliamo sperare di riuscire a metterlo in pratica. Lo dicono in maniera forte le parole pronunciate da un altro Nobel per la Pace, Martin Luther King, nell’immediata vigilia della sua morte, di cui quest’anno abbiamo celebrato il 50º anniversario “Men, for years now, have been talking about war and peace. But now, no longer can they just talk about it. It is no longer a choice between violence and nonviolence in this world; it’s nonviolence or nonexistence. That is where we are today. And also in the human rights revolution…”

“Gli uomini, per lunghi anni ormai, hanno parlato di guerra e pace. Ma ora non possono più solo parlarne. Non si tratta più di una scelta tra violenza e nonviolenza in questo mondo: è nonviolenza o non esistenza. Ecco a che punto siamo oggi.i E anche nella rivoluzione dei diritti umani…”

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