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Il rilancio del nostro report #NOF35

F-35-JSF-Pentagon-Report-1Presentato a Roma il rapporto “Caccia F-35 la verità oltre l’opacità” della campagna “Taglia le ali alle armi”, nuovo contributo all’approfondimento sui cacciabombardieri della mobilitazione che dal 2009 dice NO a questa inutile spesa militare. In presenza di opacità e carenze informative è ancora una volta il lavoro delle reti della Pace e del Disarmo a mettere a disposizione di politica ed opinione pubblica uno sguardo realistico sul programma militare più costoso della storia.

Anche io ho partecipato alla conferenza stampa, i cui contenuti potete vedere qui.

Qui sotto trovate tutte le agenzie che hanno rilanciato i nostri contenuti e le nostre analisi… ed anche qualche mio consiglio per il premier “con riserva” Matteo Renzi.

 

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ADNKRONOS – Presentato il Report di “Taglia le ali alle armi”

Nessun nome per il ministero della Difesa, ma una richiesta di strategia: “Renzi avvii anche in Italia una difesa civile, come negli altri paesi europei”. A parlare é Francesco Vignarca, portavoce della Rete italiana per il disarmo, a margine della presentazione di un nuovo rapporto sugli F35. “Serve un ministro -dice Vignarca- che si occupi anche di difesa civile, istituendo per esempio i Corpi civili di aiuto e interposizione, c’é già una norma proposta da Sel. Bisogna avere finalmente chiaro -conclude- che la Difesa non é solamente uno strumento militare”.

GIA’ SPESI 721 MLN, IMPEGNATI 3,4 MLD, RITORNI OCCUPAZIONALI MINIMI. Per il programma Joint Strike Fighter, più noto come programma F35, l’Italia ha già speso 721 milioni e impegnato 3,4 mld per una spesa totale a regime di 14 mld per 90 aerei. é il dato più rilevante del rapporto “Caccia F-35: la verità oltre l’opacità” della campagna Taglia le ali alle armi, presentato oggi a Roma da Rete italiana per il disarmo, che dal 2009 si batte per l’annullamento del programma, definito come “il più costoso della storia militare, in cui l’unico senso é la sua cancellazione”. Il rapporto inoltre analizza, secondo dati aggiornati, la ricaduta occupazionale del programma, che secondo i fautori inizialmente avrebbe dovuto portare circa 10.000 posti di lavoro mentre con i nuovi conti i posti sarebbero meno di un quarto. “La stessa Finmeccanica -si legge nel rapporto- é passata da una stima di 3000/4000 addetti ad una più realistica di circa 2500 (vicina a stime sindacali, a pieno regime) e parla di 5000 addetti solo se riferiti a una fase successiva alla produzione industriale: manutenzione e alle altre attività tecniche che accompagneranno la vita operativa degli aerei. Secondo Analisi Difesa per la fase produttiva probabilmente valgono ancora i dati di un recente documento riservato di Alenia Aermacchi secondo cui a Cameri almeno fino al 2018 il totale degli addetti tecnici e impiegatizi non raggiungerà le 600 unità”

I dati relativi al ritorno industriale, “estrapolati da diverse fonti e confermati anche da Lockheed Martin, confermano ad oggi un rientro per le aziende del nostro paese di circa il 19% in confronto all’investimento pubblico, meno di 700 milioni di euro sui 3,4 miliardi già spesi dal governo italiano”. Le stime di costo aggiornate nel rapporto “permettono di continuare il confronto tra la spesa per i caccia ed altri utilizzi, più sensati, dei fondi pubblici. In particolare con lo stanziamento medio annuale previsto per i prossimi tre anni di 650 milioni di euro si potrebbero creare 26.000 posti di lavoro qualificati, o mettere in sicurezza circa 600 scuole all’anno oppure non tagliare ma aggiungere risorse in più al Servizio sanitario nazionale rafforzando anche i servizi di medicina territoriale h24”.

 

ANSA Ancora possibile fermare programma. Risorse per scuola e lavoro  

Tre miliardi e 400 milioni: a tanto ammonta la spesa sostenuta dall’Italia finora per la partecipazione al programma internazionale per gli aerei militari F35, secondo quanto ricostruito dalla Rete Italiana per il Disarmo, che dal 2009 porta avanti la campagna “Taglia le ali alle armi”. Ogni aereo F-35A costerà alla fine del programma – é la stima del rapporto “La verità oltre l’opacità” – 135 milioni di euro: “una cifra che potrebbe essere impiegata in scuola e lavoro”. Ottocento milioni sono stati stanziati per l’impianto di Cameri (Novara), dove il velivolo viene prodotto, ma senza “il favoleggiato ritorno occupazionale dei 10 mila posti di lavoro”. Nel rapporto vengono ricostruiti i contratti stipulati dalla Difesa, ed esce fuori una spesa complessiva già sostenuta per il “Lotto VI” di circa 501 milioni di dollari (quindi circa 126,5 milioni di euro a velivolo) e per il Lotto VII, in fase meno avanzata, di 382 milioni di dollari (cioè 96,5 milioni di euro a velivolo). “Tutte cifre – evidenziano i portavoce della campagna – decisamente superiori alle indicazioni fornite in questi anni dal nostro Ministero della Difesa per quanto riguarda il costo unitario di un F-35 e nelle quali non dovrebbe essere compreso il costo del motore (che si concretizza il 4 anno) e in cui sicuramente non viene conteggiato il costo di sviluppo (circa 30 milioni ad aereo) per l’Italia”. Fino alla fine del programma, nel 2026, si prevede una spesa complessiva di 14 miliardi. Nel solo triennio 2014-2016, il Governo italiano impegnerà quasi 2 miliardi di euro per l’acquisto di 8 F35, in media 650 milioni l’anno. Si può ancora tornare indietro? L’Olanda – spiega Francesco Vignarca, che ha curato lo studio – ha ridotto gli acquisti a 37 esemplari rispetto agli 85 iniziali. L’Italia é passata da una previsione di 131 a 90 aerei, ma non basta “il programma può ancora essere fermato”. “In questa fase di crisi, in cui occupazione, smantellamento del welfare e dissesto sono i problemi con cui si confrontano i cittadini”, aggiunge Grazia Naletto, portavoce di Sbilanciamoci, con “la spesa indirizzata all’acquisto di un F-35A si potrebbero pagare gli stipendi 5.400 ricercatori per un anno, mettere in sicurezza 135 scuole, o acquistare 21 treni per pendolari”. Il deputato di Sel Giulio Marcon, annuncia che “é doveroso nelle prossime settimane riproporre una mozione parlamentare per la cancellazione definitiva del programma”.

REDATTORE SOCIALE Ogni singolo caccia costa circa 135 milioni. Se non dovesse essere messa in discussione la scelta di comprare tutti i 90 cacciabombardieri, l’Italia spenderà altri 10 miliardi nei prossimi 20 anni. Vignarca (Rete disarmo): ”Risorse vadano a lavoro, sviluppo e sanità” 

“Il Parlamento approvi documenti ufficiali e formali per la cancellazione del programma F35, le stesse risorse vadano alla sanità, allo sviluppo e al lavoro”. Quasi in contemporanea con la formazione del nuovo governo italiano, la campagna “Taglia le ali alle armi” riprova a fermare il programma Joint Strike Fighter e lo fa presentando un nuovo dossier oggi a Roma presso la sede della Fondazione Basso, alle spalle di Palazzo Madama. Per gli organizzatori della campagna, siamo ancora in tempo per fermare l’acquisto di altri cacciabombardieri ed “é possibile uscire dal programma senza alcuna penale da pagare, contrariamente a quanto sempre affermato da politici e funzionari della Difesa”. Per gli F35, ad oggi l’Italia ha speso circa 3,4 miliardi di euro, ma se non dovesse essere messa in discussione la scelta di comprare tutti e 90 i cacciabombardieri, presa nel 2012 col governo Monti (che ha comunque ridotto il numero di F-35 dai 131 iniziali), l’Italia spenderà altri 10 miliardi di euro circa per i prossimi 20 anni. Cifra che potrebbe raggiungere gli oltre 52 miliardi considerando la gestione complessiva del programma. “Le armi non uccidono solo quando sparano – ha spiegato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo e portavoce della campagna -, ma anche quando sono costruite, stoccate negli hangar e lasciate li’ perché sottraggono risorse al lavoro, allo sviluppo e alla sanità”. Dopo il primo successo della campagna, con la riduzione di circa 40 esemplari operato dall’allora ministro alla Difesa, Giampaolo di Paola, non é calato l’interesse verso la vicenda e ad oggi si contano a oltre 80 mozioni ed ordini del giorno sul tema negli enti locali di tutta Italia. Una vicenda, quella del programma F35, che non ha convinto in tanti. “Lo scorso anno il Canada aveva azzerato la propria partecipazione facendo ripartire da capo la propria gara d’appalto – ha spiegato Vignarca -. Quest’anno, invece, l’Olanda ha ridotto a 37 esemplari a partire dagli 85 pianificati”. Ad alimentare i dubbi sul programma, anche diversi organismi d’oltreoceano, mentre in Italia é stata soprattutto “l’opacità nelle comunicazioni” ad alimentare il dibattito sugli effettivi costi e sulla reale necessità di tale programma. Oggi i dati finalmente ci sono, ha spiegato Vignarca, e “non si parla solo di stime ma di cifre già definite”. Secondo dossier, il costo di un singolo caccia si aggira intorno ai 135 milioni di euro, ma non sono soltanto i costi ad essere contestati. Dall’ombra escono anche quelli relativi al ritorno industriale e quello occupazionale. “I dati relativi al ritorno industriale, estrapolati da diverse fonti e confermati anche da Lockheed Martin, confermano ad oggi un rientro per le aziende del nostro paese di circa il 19 per cento in confronto all’investimento pubblico (meno di 700 milioni sui circa 3,4 miliardi già spesi)”. Non tornano neanche i dati forniti da Finmeccanica riguardo le società italiane coinvolte nel progetto. Secondo Finmeccanica erano circa 90, ma secondo i dati forniti direttamente da Lockheed Martin, le ditte con contratti attivi al momento sarebbero solo 14, mentre 26 sono le aziende ad oggi coinvolte. Poco credibili, infine, i già contestati 10 mila posti di lavoro che avrebbe dovuto creare il progetto. “Finmeccanica é passata da una stima di 3000/4000 addetti ad una più realistica di circa 2500 (vicina a stime sindacali) – spiega il dossier – e parla di 5000 addetti solo se riferiti a una fase successiva alla produzione industriale”. Secondo i dati di un recente documento riservato di Alenia Aermacchi, spiega inoltre il dossier, nello stabilimento di Cameri, dove verrà assemblato il caccia, “almeno fino al 2018 il totale degli addetti tecnici e impiegatizi non raggiungerà le 600 unità”. Gli F35 non riguardano solo i pacifisti. Per Vignarca, il programma di acquisto degli F35 “non é solo una questione che riguarda i pacifisti: sono in gioco il modello di Difesa del nostro Paese e le sue politiche di spesa militare, ma più in generale l’impostazione strategica che guida le scelte economico-finanziarie del Governo e l’impiego delle risorse pubbliche in una fase di crisi economica e sociale drammatica che sta colpendo gran parte dei cittadini italiani”. Interrogato sul futuro ministro alla Difesa da suggerire a Matteo Renzi, Vignarca non ha fatto alcun nome. “L’importante é che sia un ministro che non si occupi solo delle forze armate – ha affermato -, ma anche di progetti come i Corpi civili che verranno sperimentati quest’anno. Difesa non vuol dire solo forze armate”. (ga)