TRA GUERRE E RIARMO Mentre il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari compie cinque anni, la minaccia atomica rientra nel linguaggio e nelle strategie delle grandi potenze. L’equilibrio della deterrenza mostra tutta la sua fragilità. Per questo, mai come oggi, il disarmo non è un’utopia ma l’unica scelta razionale da fare
TRA GUERRE E RIARMO Mentre il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari compie cinque anni, la minaccia atomica rientra nel linguaggio e nelle strategie delle grandi potenze. L’equilibrio della deterrenza mostra tutta la sua fragilità. Per questo, mai come oggi, il disarmo non è un’utopia ma l’unica scelta razionale da fare
Esattamente cinque anni – il 22 gennaio del 2021 – fa entrava in vigore il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW). Un passaggio storico, da non ridurre a nera dimensione simbolica, che ha segnato per la prima volta un chiaro confine giuridico e morale: le armi nucleari non sono strumenti di sicurezza, ma mezzi di distruzione indiscriminata, incompatibili con il diritto umanitario e con la sopravvivenza stessa dell’umanità. In pochi anni, grazie all’iniziativa Umanitaria della società civile internazionale capace di recuperare una dimensione “democratica” e allargata su un tema che riguarda tutti ma veniva relegato al “dibattito strategico” dei leader, la maggioranza di Paesi del mondo ha scelto di realizzare un passaggio forte e inedito. Dimostrando che il disarmo nucleare non è solo una teoria idealistica, ma l’utopia concreta di una scelta politica possibile e, soprattutto, necessaria.
OGGI L’ANNIVERSARIO DEL TPWN cade in una fase storica drammaticamente segnata dal ritorno esplicito della minaccia nucleare. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente e nell’area Indo-Pacifica, la crescente competizione strategica tra grandi potenze (incentrata su un illogico riarmo generalizzato) hanno riportato l’arma atomica al centro delle dottrine militari e del linguaggio politico. Si parla di deterrenza come se fosse una garanzia di sicurezza “dimostrata”, dimenticando che essa si basa sulla disponibilità a compiere una distruzione indiscriminata e, in prospettiva, provocare una catastrofe globale. Basta un errore, un incidente, un’escalation incontrollata perché quanto ritenevamo, oltre che impossibile, addirittura impensabile (cioè la cancellazione dell’Umanità o quantomeno della nostra civiltà) si trasformi in un accadimento reale. Che ci travolgerebbe senza possibilità di riparo.
In tale contesto il rischio più immediato è la scadenza, il prossimo 5 febbraio 2026, del Trattato New START, l’ultimo accordo strategico tra Stati Uniti e Russia di disarmo e controllo degli armamenti nucleari rimasto in piedi. Insieme, Washington e Mosca detengono circa l’87% delle testate nucleari mondiali: in totale oltre 10.000 ordigni, sufficienti a devastare le comunità umane e il pianeta più volte. Secondo la Federation of American Scientists la Russia possiede 5.459 testate e gli Stati Uniti 5.177 (circa metà delle quali, per entrambi i Paesi, sono in allerta operativa. Nel 2024 le due potenze hanno speso rispettivamente 8,1 e 56,8 miliardi di dollari per mantenere e modernizzare i propri arsenali, come documenta la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons.
LA FINE DEL NEW START non significherebbe solo l’assenza di limiti al numero di testate, ma soprattutto la scomparsa di quei meccanismi di trasparenza, ispezione e comunicazione che negli anni hanno ridotto il rischio di incomprensioni e lanci accidentali. Senza questi strumenti, la sfiducia – già profonda, come vediamo ogni giorno – non potrà che aumentare, insieme a possibili risposte irrazionali basate sull’opacità delle mosse altrui. Usare la fine di questo accordo come pretesto per accelerare una nuova corsa agli armamenti sarebbe un errore gravissimo, che l’intera comunità internazionale si troverebbe a dover pagare (direttamente o indirettamente).
Al contrario è proprio ora, in questa situazione confusa e pericolosa, che abbiamo la necessità di rilanciare percorsi di disarmo vero, anche oltre il “semplice” controllo degli armamenti nucleari. Perché quest’ultimo approccio mira solo a gestire un equilibrio di potere mentre il disarmo punta all’eliminazione irreversibile e verificabile delle testate, rafforzando la speranza di una politica internazionale incentrata sulla cooperazione e non sul dominio. Rinnovare il New START, o almeno rispettarne le disposizioni mentre si negozia un nuovo accordo, è il primo passo indispensabile per ridurre rischi immediati e ricostruire un minimo di fiducia reciproca. Da qui si deve partire per negoziati più ampi, che coinvolgano progressivamente anche gli altri Paesi dotati di armi nucleari e poi tutti quelli che (come l’Italia) basano una propria fallace sicurezza sul ricatto prevaricatore della deterrenza nucleare. Serve una scelta di coraggio, per evitare la catastrofe.
LE DIFFICOLTÀ SONO EVIDENTI: Donald Trump insiste sull’inclusione della Cina nell’accordo, mentre Pechino ribadisce che chi possiede arsenali enormemente più grandi – Stati Uniti e Russia – deve assumersi per primo la responsabilità del disarmo. Un nodo complesso, certo, che però non deve fornire alibi all’inazione. E qui entra in gioco il TPNW, perché il suo quinto anniversario è occasione per ricordare che una strada positiva esiste già: quella di messa al bando totale, scelta dalla maggioranza dei Paesi del mondo. Nei momenti di massima tensione internazionale il disarmo non è un lusso o un esercizio teorico astratto, ma una necessità urgente: continuare a rimandarlo significa accettare il rischio della catastrofe. Ripartire dal disarmo, invece, è l’unico modo razionale e concreto per garantire sicurezza reale alle generazioni presenti e future.