LA GUERRA GRANDE In sei giorni gli Usa hanno speso 11,3 miliardi di dollari. Le aziende di armi festeggiano. In un paese con un debito da 37mila miliardi, il peso scaricato sulla cittadinanza. Mio articolo per il Manifesto.
Undici miliardi e trecento milioni di dollari. In sei giorni. Non è il Pil annuo di un piccolo Stato, ma quanto hanno già bruciato gli Stati uniti nella cosiddetta «Operazione Epic Fury» di attacco all’Iran. Si tratta di circa un miliardo di dollari al giorno solo per i costi operativi diretti; una cifra comunque incompleta perché non include i mesi di preparazione che hanno preceduto i primi bombardamenti dello scorso 28 febbraio.
C’è un rituale ineludibile che accompagna ogni guerra statunitense: la minimizzazione iniziale dei costi. Nel 2003 l’amministrazione Bush garantì che la guerra all’Iraq sarebbe costata al massimo cinquanta miliardi. Sarebbe stata una «passeggiata». Vent’anni dopo, la stima complessiva diretta e indiretta supera gli 8mila miliardi di dollari. Ma ciò non impedisce all’amministrazione Usa di replicare lo stesso schema: quella in Iran è un’altra guerra integralmente scelta e non «obbligata» (perché agita senza che ci fosse una minaccia imminente) con una leadership immotivatamente ottimista sui risultati tattici e strategici e una scarsa pianificazione. E addirittura il Congresso Usa, pur sollecitato a stanziare un supplemento di fondi in emergenza, mostra già alcune resistenze bipartisan.
Il Center for Strategic and International Studies ha stimato il costo delle prime cento ore di guerra in 3,7 miliardi di dollari, di cui tre miliardi corrispondono al solo valore di missili, bombe e intercettori consumati. Degli 11,3 miliardi già citato per la prima settimana scarsa, ben 5,6 sarebbero da ascrivere all’aver «bruciato» munizioni. Facile arrivarci con prezzi unitari di questo tipo: un missile Tomahawk di RTX costa 2,2 milioni; un intercettore del sistema THAAD di Lockheed Martin vale 12,7 milioni; uno per il Patriot tre milioni. Riserve ammassate in decenni vengono consumate nel giro di giorni. Sul fronte opposto, un drone d’attacco iraniano costa appena 35mila dollari a unità. Quando un intercettore che costa milioni è necessario per abbatte un drone da poche decine di migliaia, l’equazione «economica» della guerra è sbilanciata in partenza.
Poi c’è il lungo periodo. Nell’area operativa di «Epic Fury» sono coinvolti oltre 50mila militari americani, esposti a contaminanti e tossine. Se questi veterani chiederanno benefici a un tasso simile a quello delle Guerra del Golfo almeno un terzo sarà ammissibile a un qualche sostegno a vita, aggiungendo tra i 600 e i mille miliardi al costo totale di questa guerra nei prossimi decenni. In un paese già soffocato da un debito pubblico di 37mila miliardi di dollari (dieci volte il livello del 2003). E senza contare i costi indotti dalle conseguenze del conflitto: prezzi del petrolio più alti, inflazione, incertezza per le imprese e minor crescita. Un conto salato che potrebbe di gran lunga superare quello delle spese militari dirette. C’è poi la dimensione ambientale: i bombardamenti su impianti nucleari e raffinerie rilasciano sostanze tossiche le cui ricadute si misurano in decenni, mentre il carburante bruciato da portaerei, bombardieri e migliaia di missili contribuisce in modo tutt’altro che trascurabile alle emissioni climalteranti.
A fronte di questi costi, chi guadagna? In Borsa i titoli dei principali produttori d’armi statunitensi sono tutti saliti e i vertici delle maggiori aziende sono già stati convocati alla Casa Bianca per un impegno a quadruplicare la produzione militare. Ben prima del conflitto in Iran, Trump aveva richiesto un aumento del 50% del già mostruoso bilancio del Pentagono: da mille a 1.500 miliardi, il maggiore incremento percentuale dal 1951. Nel contesto bellico e «militarizzato» (anche comunicativamente) attuale sarà molto più probabile l’approvazione della richiesta senza dibattito sulle priorità alternative, mettendo un’ipoteca sul futuro: una volta fissato un nuovo livello di spesa si consolida negli anni ed è estremamente difficile da ridurre.
Ma le prospettive di pace (o anche solo di «stabilizzazione» di una regione) non sono questione di quante bombe si hanno in magazzino. Piuttosto dipendono da scelte politiche, da interessi economici, di chi «paga il prezzo» (diretto o indiretto, economico o sociale). La carenza vera di questo periodo storico e politico non è di munizioni: è di saggezza, di rispetto del diritto, di prospettiva diplomatica. E tutte queste cose non si possono comprare da Lockheed Martin.
