L’aumento sconsiderato delle spese militari e più in generale le decisioni geopolitiche più che a un’esigenza di sicurezza rispondono agli interessi di gruppi di potere contigui ai governi occidentali, dice Francesco Vignarca (Rete italiana pace e disarmo). Il caso Groenlandia è emblematico. Una mia intervista per Left, a cura di Lorenzo Fargnoli.
Nella narrazione sulla sicurezza nazionale costruita da Donald Trump in poco più di un anno di presidenza, c’è un’immagine di potenza (ambita) che ricorre sovente, quella di una cupola di protezione totale attorno agli Stati Uniti: il “Golden dome”. Non è il nome di un programma formalizzato con linee di bilancio e capitolati, ma una metafora strategica che sintetizza la visione sovranista, suprematista e guerrafondaia della seconda presidenza made in Trump: tutelare gli Stati Uniti con un sistema integrato di deterrenza, sorveglianza e difesa missilistica capace di neutralizzare attacchi provenienti dall’esterno. In questo disegno, volto a espandere oltre l’influenza geopolitica Usa anche i confini, rientrano le minacce al Canada, al Messico, alla Colombia ma anche l’aggressione al Venezuela per accaparrarsi le risorse petrolifere del Paese latinoamericano, sottraendole al contempo a Russia e Cina. E, come sappiamo, ce n’è anche per l’Europa, giacché nelle mire del capo dei Maga, la grande isola artica della Groenlandia assume un ruolo chiave, al punto da essere indicata dallo stesso Trump come “fondamentale”.
Mentre scriviamo è altissima la tensione diplomatica tra Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca, di cui l’isola fa parte come territorio autonomo, con l’ombrello della Nato – di cui Usa e Danimarca fanno parte – sullo sfondo, e lo è altrettanto il rischio di escalation politica e militare nell’Artico. Copenhagen e Nuuk auspicano la de-escalation e invitano al dialogo; Washington rilancia apertamente l’ipotesi di annessione. Il 15 gennaio, per fare un esempio, Trump ha scritto: «La Nato dovrebbe aprire la strada in modo che possiamo ottenerla. Se non lo facciamo, la Russia o la Cina lo faranno». E ha aggiunto senza tanti giri di parole: «La Nato diventerà ancora più formidabile ed efficace con la Groenlandia in mano agli Stati Uniti. Meno di questo è inaccettabile». In risposta il presidente francese Macron (altro Paese Nato) è stato meno diplomatico della omologa danese: «Non sottovalutiamo le dichiarazioni sulla Groenlandia. Se la sovranità di un Paese europeo e alleato fosse compromessa, le ripercussioni sarebbero senza precedenti».
A prescindere da come evolverà la situazione, il “caso Groenlandia” ci sembra l’emblema di una situazione confusa ma anche delicatissima senza precedenti non solo a livello geopolitico. Abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo per provare a orientarci.
«Per prima cosa racconta Vignarca bisogna considerare che c’è uno schema che ormai non funziona più: le scelte geopolitiche non sono più il prodotto di strategie razionali orientate all’interesse nazionale degli Stati. Molte decisioni, soprattutto negli Stati Uniti, non vengono più prese sulla base di una visione di lungo periodo che ha come obiettivo il benessere collettivo dei cittadini. Al contrario il consolidamento del peso internazionale risponde agli interessi diretti di gruppi di potere contigui alle istituzioni e ai governi».
Il sintomo più evidente di questa svolta è l’aumento sconsiderato della spesa militare globale. Manca ancora il dato del 2025 ma secondo lo Stockholm international peace research institute (Sipri) nel 2024 questa voce ha raggiunto quota 2.718 miliardi di dollari, il picco più alto mai registrato anche in termini percentuali (+9,4% sul 2023), segnando inoltre il decimo anno consecutivo di crescita. L’Europa in tutto ciò ha un peso specifico notevole. Tra il 2015-2019 e il 2020-2024 le importazioni Ue di armamenti sono aumentate del 155%. E oltre la metà dei sistemi d’arma acquistati il 53% proviene dalle industrie belliche degli Stati Uniti, tutte legate a filo doppio con l’amministrazione di Washington. Più in generale nel 2024, i ricavi delle prime cento aziende mondiali del settore della difesa tra cui l’italianissima Leonardo hanno raggiunto circa 679 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato. Potremmo continuare con altri esempi ma il quadro è chiaro. «Il problema non è solo la evidente instabilità di Trump – osserva Vignarca – ma il fatto che nessuno lo fermi. E non lo fermano perché se c’è la pace l’industria militare non fa affari. L’“attivismo” di Trump conviene a chi trae profitto dall’aumento della spesa militare, al complesso militare-industriale-finanziario, a un sistema che trasforma l’insicurezza in rendita economica e politica». Qualcosa di nuovo si è innescato con il “caso Groenlandia”.
Le esternazioni di Trump hanno incontrato come mai prima lo scetticismo quando non la profonda irritazione degli alleati europei e della Nato. Da un lato, la cooperazione militare in Groenlandia esiste da decenni ed è inserita in accordi bilaterali; dall’altro, l’idea di un controllo unilaterale rafforzato contrasta con la sensibilità danese e con l’equilibrio dell’Alleanza. Da un lato si invoca il diritto internazionale, dall’altro si risponde con il rafforzamento militare. «C’è una liturgia che viene ripetuta in continuazione anche dal governo italiano» ricorda Vignarca: «Più armi uguale più sicurezza. È una formula falsa, smentita dalla storia e dai dati. Gli Stati Uniti sono il Paese più armato del mondo e non sono il più sicuro. Negli ultimi vent’anni la spesa militare globale è più che raddoppiata e il mondo è diventato più instabile, non più pacifico». Il nodo politico, dunque, non è scegliere se rompere alleanze oppure perdere sovranità, ma cambiare il quadro di riferimento. «Se restiamo dentro il paradigma della sicurezza degli Stati, basata sulla deterrenza e sulla competizione», avverte Vignarca, «al massimo potremo ottenere una finta autonomia amministrativa. Ma resteremo prigionieri dello stesso sistema». «Un’alleanza funziona finché il partner è affidabile e agisce per un interesse comune. Quando invece fa scelte per vantaggi personali o di élite ristrette, non è più un’alleanza. È una relazione asimmetrica che ti trascina a fondo».
Va poi considerata la dimensione politica interna groenlandese. L’autonomia, la tutela dell’ambiente artico e il rapporto con le popolazioni locali rendono ogni ipotesi di espansione militare politicamente delicata. Gli abitanti della grande isola artica circa 56mila persone, per la maggior parte inuit, su un territorio grande sette volte l’Italia sono per lo più assenti nelle discussioni sul loro futuro, che vengono condotte altrove, in capitali lontane. Anche quando si è parlato di un possibile referendum per decidere se restare sotto l’ombrello della Danimarca o passare dalla parte degli Stati Uniti o di un’eventuale proposta di acquisto dell’isola, con costi stimati fino a 700 miliardi di dollari. «Il concetto di autodeterminazione dei popoli, che pensavamo fosse una conquista acquisita almeno in Europa e in Occidente, viene oggi sistematicamente negato», dice Vignarca. «La Groenlandia viene trattata come una pedina sulla scacchiera, non come una comunità viva, con diritti, cultura e bisogni propri».
La “colpa” dell’isola consiste nel trovarsi lungo la rotta più breve tra Nord America ed Eurasia. Quando Trump la definisce “fondamentale” intreccia più livelli. Quello militare, teso al controllo e potenziamento dei radar artici, all’integrazione con sistemi spaziali e alla difesa antimissile. Quello geopolitico che punta a contenere l’attivismo russo nell’Artico e l’interesse cinese per rotte e risorse. C’è poi un livello economico-strategico che consiste nell’accesso a terre rare e risorse minerarie indispensabili per le tecnologie di difesa. Infine, simbolico: riaffermare la capacità nordamericana di plasmare l’ordine di sicurezza senza mediazioni. E poco importa se in Groenlandia già si trova la storica base statunitense di Thule (oggi Pituffik Space Base), da decenni perno della sorveglianza radar e del tracciamento spaziale. Men che meno importa a Trump che il danese Rasmussen, ex segretario generale della Nato e già ministro, pur condividendo parte delle preoccupazioni Usa per la sicurezza dell’Artico, abbia detto chiaro e tondo: «Non vediamo una nave da guerra cinese da un decennio».
In questo risiko c’è un altro aspetto meno visibile ma altrettanto rivelatore. Quello che ruota intorno alla KoBold Metals, una startup californiana valutata tre miliardi di dollari che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per individuare giacimenti di cobalto, litio e terre rare. Tra i suoi investitori figurano Marc Zuckerberg, Jeff Bezos, Sam Altman, Marc Andreessen e Ben Horowitz quasi tutti finanziatori della seconda elezione di Trump. Su KoBold hanno puntato anche Bill Gates e Michael Bloomberg. Il progetto Disko-Nuussuaq di KoBold Metals è già attivo sulla costa occidentale groenlandese con permessi di esplorazione fino al 2030 per la ricerca di un deposito di nichel e cobalto che potrebbe essere il più grande al mondo. I cambiamenti climatici, paradossalmente, hanno trasformato la Groenlandia in un territorio doppiamente strategico.
Da un lato, lo scioglimento dei ghiacci sta aprendo nuove rotte commerciali artiche che potrebbero rivaleggiare con il Canale di Panama, riducendo drasticamente i tempi di navigazione tra Europa e Asia. Dall’altro, il ritiro dei ghiacciai sta letteralmente portando alla luce tesori sepolti per millenni: giacimenti di minerali rari, terre rare e metalli preziosi rimasti inaccessibili per migliaia di anni. Ciò che era celato sotto strati di ghiaccio è ora a portata di trivella e di algoritmo. E gli stessi metalli necessari per le batterie delle auto elettriche alimentano anche i sistemi d’arma di nuova generazione e l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale militare. L’investitore principale del progetto è la Cantor Fitzgerald, guidata da Howard Lutnick fino all’inizio del 2025 quando è stato nominato da Trump segretario al Commercio Usa. La convergenza tra interessi tecnologici, finanziari, politici e bellici non potrebbe essere più esplicita.





