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Ucraina, l’unica sicurezza possibile è alternativa al pensiero bellico

LA «PACE POSITIVA» La pace vera non arriva solo quando si smette di sparare. Ma quando si smette di avere motivi per ricominciare e tutti si sentono più tutelati da un sistema di pace – mio articolo di commento per Il Manifesto

L’articolo di Francesco Strazzari uscito su queste pagine è uno dei contributi più lucidi e necessari degli ultimi mesi. Coglie punti decisivi che meritano di essere approfonditi, e ha il merito raro di aiutarci a uscire da un dibattito ormai sterile, superficiale e fuorviante.

Il primo aspetto cruciale riguarda l’ambiguità, che impedisce di dare risposte perché rende sfuggente la minaccia stessa. Quell’ambiguità però non è solo un’arma di Mosca, di una Russia che sa di non poter vincere né sul piano politico né su quello militare e punta perciò a dividere, a moltiplicare le zone d’ombra da cui bloccare ogni percorso che la contrasti. Ne esiste una speculare, coltivata da chi spinge per il riarmo. Anche lì tutto si semplifica, si fa astratto, diventa bianco o nero, e non si indica mai la strada attraverso cui più armi porterebbero a chiudere questa guerra o a preparare un ordine migliore. In questi anni ogni nuovo sistema d’arma destinato a Kyiv è stato presentato come quello decisivo. Nessuno lo è stato, e la situazione è peggiorata. Promettere la svolta senza mai dire dove porta è anch’esso un modo di tenere il conflitto aperto.

La vera tendenza di questo nostro periodo storico e politico, in ambito di relazioni internazionali, è infatti la “non chiusura”, come giustamente evidenzia Strazzari. Le guerre non finiscono più: si incancreniscono, si congelano, si riaccendono. Negli anni Settanta quasi un conflitto su quattro si concludeva con un accordo di pace, nell’ultimo decennio siamo appena al 4%. E i conflitti locali si internazionalizzano, come abbiamo visto in Ucraina, a Gaza, nello Yemen, in Iran. Una guerra che non si chiude non conviene solo a chi l’ha scatenata per un vantaggio politico o militare. Conviene anche agli attori indiretti, che ne ricavano profitti, rendite, posizioni di potere.

Per questo dobbiamo avere il coraggio di puntare a percorsi e scelte concrete che possano quantomeno prefigurarla, una chiusura. Anche se parziale, transitoria, non pienamente equa. Il giusto, del resto, si può definire solo attraverso il diritto, e il diritto regge se vale per tutti, non se lo si difende in un luogo e lo si calpesta altrove. Una prima transizione positiva verso la Pace pur se imperfetta non è una resa: è l’inizio dello spegnimento di dinamiche che altrimenti diventano endemiche e ne accendono di nuove. Anche una tregua parziale e verificata, come quella sull’energia di cui si parla in questi giorni, o accordi che mantengono contatti tra le parti in conflitto, come quello sulla liberazione dei prigionieri mediato dal Vaticano, possono essere primi mattoni di una fiducia che oggi non c’è.

Occorre allora smettere di discutere la guerra come una disputa filosofica su chi abbia ragione, su quali armi siano servite e quante vite abbiano salvato, fino a sottilizzare sulla differenza tra armi offensive e difensive. Sono distinzioni che ci tengono chiusi nel recinto della guerra. La domanda è un’altra: come se ne esce. Chi ragiona per estremi teorici non vede il prima e il dopo, le vite spezzate, le relazioni distrutte, un territorio che resterà minato per decenni. Ogni giorno di guerra in più è un anno in più di bonifiche e di ricostruzione, e fermarla prima è la forma più concreta di protezione delle persone.

La sicurezza comune, che richiama la lezione di Olof Palme come già ricordato da Strazzari, è l’unica sicurezza reale, l’unica che preservi la vita e il futuro di chi la guerra la subisce direttamente e di chi ne paga le conseguenze a distanza (geografica o temporale). Non può avere una chiave militare, perché quella chiave alimenta proprio l’insicurezza e produce tregue fittizie, equilibri instabili pronti a saltare. La pace vera non arriva quando si smette di sparare, che pure ne è la precondizione. Arriva quando si smette di avere motivi per ricominciare, quando tutti si sentono più sicuri e più avvantaggiati da un sistema di pace che da uno di guerra. Questo è il cuore del concetto di “Pace Positiva”, che va ben oltre armistizio, tregua e persino trattati di chiusura ostilità e non può essere affare solo di presidenti e cancellerie: deve coinvolgere le popolazioni e le comunità, a cui si deve restituire vera voce in capitolo.

Le strade anche non armate e nonviolente esistono, pur nelle condizioni che sembrerebbero impossibili. Nei primi mesi dell’invasione i cittadini ucraini in centinaia di casi hanno bloccato colonne militari, rifiutato di collaborare, protetto i propri sindaci e alcune di queste azioni hanno davvero ostacolato l’occupazione. Salvando vite. È mancato il sostegno delle istituzioni e una preparazione consapevole e organizzata di questa forma di difesa (ciò che invece chiede proprio qui in Italia la n nostra legge di iniziativa popolare per una difesa civile non armata e nonviolenta, sostenuta da oltre 50.000 firme e appena presentata in Senato). A chi dice che non funziona rispondiamo che non è mai stata finanziata (diversamente dai miliardi indirizzati alle spese militari) così come a chi dice che negoziati e diplomazia non hanno senso perché ora c’è chi non li vuole occorre replicare che niente è garantito preventivamente, se non si prova a farlo nella pratica, un passo alla volta. Al contrario, continuare a sostenere uno scontro militarizzato a cosa ha portato? Quanti danni ha creato? E fin dove potrà essere spinto: a un intervento militare diretto dell’Europa (con o senza gli Usa) o alla guerra nucleare? Le risposte militari sono fintamente concrete, ma non hanno sbocchi reali (solo impatti pericolosi e riverberanti).

Lo stesso vale per l’Europa. La sua debolezza non è tanto militare quanto politica: manca la volontà di pensarsi collettivamente ed avere il coraggio di scelte che possano cambiare gli assetti di sovranità. E dunque le scelte fatte in nome della sicurezza declinata solo militarmente (che non è una vera sicurezza per tutti e tantomeno è una “pace” di stampo positivo), tra debito comune e nuovi acquisti, non solo non risolvono le questioni sul tavolo, diminuendo pericoli e minacce, ma non producono nemmeno l’autonomia militare evocata. Avvantaggiano al contrario gli interessi dell’industria armata e lasciano irrisolto il nodo di una politica estera e di difesa comune. Un’Europa nata per rendere impossibile la guerra dovrebbe essere il mediatore che manca, non un cliente in più.

Resta la domanda: e se Putin non vuole? Le aperture negoziali non si trovano “in natura” già pronte (altrimenti non sarebbero un problema), si costruiscono, con mediatori terzi, tregue parziali, scambi di prigionieri, pressione coerente. Che oggi non ci siano non dimostra che siano impossibili; è anzi lo stesso ragionamento che chi chiede armi applica alla vittoria. Ridurre tutto a episodi, a una guerra alla volta, a una disputa teorica su chi aveva torto nel 2022 (fatta magari da quelli che hanno avuto sempre torto dal 2001 in poi su Iraq, Afghanistan, Libia, guerra al terrorismo…), significa consegnarsi alla guerra e dare per scontato che non se ne possa uscire. La vera resa, e la vera insicurezza, è non avere più alcuna alternativa al pensiero bellico e lasciarsi incatenare alla sua insensatezza. E da questa necessità consapevole dovrebbe nascere anche un’alternativa politica (ideale e concreta) che anche le forze progressiste italiane possono contribuire a costruire, per “sortirne tutti insieme”.