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L’insostenibile pesantezza della guerra di Trump

L’onda d’urto dell’attacco all’Iran sta sconvolgendo l’economia mondiale con effetti che avvicinano quelli del Covid. Questa volta per scelta e i cittadini ne chiederanno conto. Mio articolo per il Manifesto.

Gli Stati uniti sono la prima potenza militare del pianeta in termini assoluti. Israele è, per investimento pro capite, lo Stato più militarizzato della Terra. Entrambi sono ai vertici di qualsiasi classifica sulle spese militari. Eppure, a settimane dall’avvio delle operazioni in Iran, nessuno dei due riesce a dichiarare con credibilità di aver raggiunto gli obiettivi. La leadership di Teheran è stata decapitata in modo sistematico ma senza produrre un collasso o una paralisi, ma anzi generando l’effetto opposto. Più Usa e Israele bombardano, più risposte impattanti e dall’alto valore strategico arrivano.

Basi israeliane e installazioni statunitensi nel Golfo continuano a essere colpite, e la lista dei danni rilevanti cresce ogni giorno. Gli Stati uniti stanno consumando munizioni e sistemi d’arma a una velocità imprevista. La guerra chirurgica e rapida si è trasformata in un logorante consumo di risorse che nemmeno la mastodontica industria della difesa Usa riesce a reintegrare. E qui emerge un’ipocrisia: gli stessi sistemi promessi e venduti agli alleati non vengono consegnati perché servono in emergenza. Un dettaglio che dice tutto: non è sicurezza collettiva, è business. E quando il business incontra la guerra vera, le priorità diventano brutalmente chiare.

Trump ha avviato un’escalation militare senza avere la minima idea di come poterla concludere. Non è solo questione del suo narcisismo patologico: è un problema strategico profondo. Questa guerra non ha un punto di uscita credibile. La resa totale dell’Iran? Impossibile. La distruzione delle capacità missilistiche? Dopo un mese di bombardamenti martellanti solo un terzo è stato cancellato. Il cambio di regime? Non è bastato decapitare la leadership perché il sistema di controllo è solido e ha trovato modalità innovative per continuare a gestire l’emergenza. L’assenza di obiettivi realistici non produce stasi ma una pericolosa escalation. E colpendo più forte senza target risolutivi, si finisce per allargare la lista verso obiettivi sempre più sensibili: infrastrutture energetiche, siti nucleari civili. Siamo alla deriva naturale di una guerra senza una strategia o almeno un disegno di fondo: si colpisce tutto perché non si sa cosa colpire.

Se questa azione militare non ha successo nemmeno «armato», ancora meno è in grado di portare sicurezza e pace (o liberare iraniane e iraniani da un regime dispotico). La guerra in Iran fin dall’inizio non stato un fatto militare solamente mediorientale. È già uno shock economico globale in divenire. Il blocco delle rotte nel Golfo non ferma solo il petrolio: ferma fertilizzanti essenziali per l’agricoltura mondiale, ferma l’elio indispensabile per i chip e per le apparecchiature diagnostiche ospedaliere, ferma catene di approvvigionamento che reggono interi settori industriali. L’onda d’urto rischia di essere paragonabile alla crisi del Covid, ma in questo caso è frutto di una (scellerata) scelta.

Con un risvolto ulteriore, sempre legato alla dimensione armata. I titoli della difesa hanno vissuto anni di crescita straordinaria, gonfiando i portafogli dei mega-fondi globali che li controllano, ma ora cominciano le prime crepe: alcuni hanno iniziato a fermare le restituzioni di capitale agli investitori che ne fanno richiesta. Liquidità bloccata, valutazioni che non reggono. Il paradosso è feroce: le armi vengono usate così in fretta da mettere sotto pressione le stesse industrie che le producono. La natura fittizia di un sistema economico costruito sulla produzione di strumenti di morte e sul profitto estremo del turbo-capitalismo, addirittura slegato da dinamiche e risultati militari, emerge in tutta la sua fragilità.

In definitiva: ogni missile sparato, ogni base colpita, ogni magazzino svuotato, ogni fondo che non restituisce i soldi è un argomento contro la deterrenza. È la prova, scritta col sangue, e pagata con soldi pubblici, che il sistema della guerra non funziona. Chi non lo capisce dovrà spiegare presto ai propri cittadini perché il carburante costa di più, perché le medicine scarseggiano, perché i fondi pensione hanno perso valore. Quella spiegazione sarà difficile. Come in tutte le sconfitte che si volevano chiamare vittorie.