Troppo spesso il pacifismo viene raccontato per caricature (l’anima bella disarmata, l’utopista che ignora come gira il mondo…) mentre le proposte concrete, quelle che chiedono strumenti e risorse, faticano a trovare spazio. Si preferisce discutere di un pacifismo astratto e simbolico piuttosto che di un dispositivo istituzionale che si potrebbe costruire. Un mio intervento su Domani
Caro direttore,
c’è una domanda che chi si occupa di pace e disarmo si sente rivolgere di continuo, quasi un riflesso: «E allora tu cosa proponi? Qual è l’alternativa?». Come se ai pacifisti toccasse il compito impossibile di risolvere in una frase i conflitti del pianeta, mentre a chi imbocca la fallimentare strada delle armi è concesso invocarne la “necessità” teorica e astratta per giustificare scelte che si rivelano poi sempre fallimentari e creatrici di insicurezza.
È una trappola retorica, e va smontata. Perché l’alternativa concreta esiste ed è fatta di tasselli e strumenti che si possono davvero creare. Nel nostro paese, oggi, uno di questi tasselli ha un nome preciso: “Un’altra difesa è possibile”, la campagna per una difesa civile, non armata e nonviolenta. Non è un manifesto di buoni sentimenti. È una proposta di legge di iniziativa popolare lanciata dalle reti per la pace e la nonviolenza che vuole istituire un dipartimento della Difesa civile presso la presidenza del Consiglio che coordini quattro strumenti già esistenti o potenziabili: il servizio civile rafforzato, i corpi civili di pace, la protezione civile e un istituto di ricerca per la pace e il disarmo. Quattro leve reali (operative!), non slogan, per costruire sicurezza attraverso prevenzione dei conflitti, mediazione, coesione sociale e cooperazione internazionale.
Non dalle armi
L’idea, semplice e radicale insieme, è che la vera sicurezza, se declinata per le persone e le comunità e non per gli interessi di pochi, non possa nascere dalle armi . Il punto che mi preme sottolineare è proprio questo: troppo spesso il pacifismo viene raccontato per caricature (l’anima bella disarmata, l’utopista che ignora come gira il mondo…) mentre le proposte concrete, quelle che chiedono strumenti e risorse, faticano a trovare spazio. Si preferisce discutere di un pacifismo astratto e simbolico, comodo da liquidare, piuttosto che di un dispositivo istituzionale che si potrebbe costruire da subito. Non è un caso: una difesa civile finanziata e funzionante metterebbe alla prova, sui fatti, l’efficacia di ciò che le viene contrapposto. Eppure qualcosa si muove, piano piano. Nella nostra “AltraCernobbio” di qualche giorno fa la segretaria del Pd Elly Schlein ha sostenuto apertamente la campagna, invitando a firmare, definendola non in contraddizione ma complementare a una difesa comune europea. Ma le reazioni positive che più colpiscono arrivano da tanti amministratori locali, che capiscono prima di altri quanto una militarizzazione insensata della spesa pubblica e dei territori porti problemi concreti alle comunità e alle persone. Quando un tema parte dai sindaci e dagli enti locali, vuol dire che è maturo.
C’è poi una questione che nessuno vuole affrontare fino in fondo. Negli ultimi anni la spesa militare mondiale è raddoppiata, i bilanci degli armamenti gonfiati come mai prima. Il risultato? Un mondo più pericoloso e in guerra, non più sicuro. I dati sono lì, testardi. Se il riarmo fosse davvero la ricetta della sicurezza, dopo tutto questo denaro dovremmo vivere in un pianeta pacificato. Non è così. Il sospetto, allora, diventa legittimo: si ha paura dell’alternativa non perché sia debole, ma perché in fondo si sospetta che il riarmo sia inefficace per il bene collettivo, ma molto utile a fare gli interessi del complesso militare-industriale-finanziario.
La difesa civile
La nostra non è nemmeno un’idea “eccentrica”. La nostra Costituzione e la Corte costituzionale, con la sentenza del 1985, hanno stabilito che il dovere di difesa della Patria può essere adempiuto anche con strumenti civili e non armati. La difesa civile è già dentro il nostro ordinamento: le manca però un luogo istituzionale in cui prendere forma. Chiedere di crearlo non è ideologia, è coerenza costituzionale.
Correndo contro il tempo e un certo “silenziamento”, stiamo raccogliendo le 50mila firme per portare la proposta in Parlamento. Ma il vero obiettivo va oltre l’esito della raccolta: rilanciare il tema nel paese, aprire un confronto serio con la politica per costruire quegli strumenti che permetterebbero di intervenire davvero, e diversamente, nei conflitti. Perché è ingiusto continuare a chiedere ai pacifisti «la soluzione» ai problemi del mondo negando loro, nello stesso momento, gli strumenti che chiedono per costruirla. È una contraddizione che non possiamo più permetterci. La sicurezza vera non nasce dal riflesso di armarsi sempre di più. Nasce dalla capacità di prevenire, mediare, cooperare. Dare spazio a questo tema significa dare spazio a un pezzo di futuro che è già scritto nella nostra Costituzione, e che aspetta soltanto di essere messo in pratica.
