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Strategie di un pacifismo ecologista e radicale

Una recensione del mio libro “Disarmo Climatico” su ExtraTerrestre del Manifesto, a cura di Angelo Mastrandrea

 

Francesco Vignarca si occupa da un ventennio di pace e disarmo. Si è sempre opposto alle guerre da un punto di vista pacifista: nel suo ultimo articolo su il manifesto ha scritto che per finirla con le guerre in corso bisogna cominciare a ragionare in maniera diversa, uscendo da quello che definisce «pensiero bellico», cioè l’idea che una parte debba prevalere militarmente sull’altra. In Disarmo climatico (Edizioni Ambiente, collana VerdeNero Inchieste, 172 pagine, 19 euro, i diritti d’autore sono devoluti alla Rete italiana pace e disarmo, di cui è il coordinatore), mette in relazione i conflitti con la crisi ecologica. Sostiene la tesi che la devastazione ambientale non è solo una conseguenza delle guerre, ma anche uno dei fattori che ne alimentano di nuove. A suo pare, minaccia bellica ed emergenza ecologica sono due facce dello stesso paradigma.

PER DIMOSTRARLO UTILIZZA degli esempi recenti. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2026 gli attacchi contro l’Iran hanno colpito oltre trenta siti petroliferi. Su Teheran, città di più di nove milioni di abitanti, è caduta una pioggia nera e acida, che si è infiltrata nelle fognature e nelle falde. A Gaza scienziati e giuristi parlano anche di «ecocidio»: terreni agricoli devastati, acque contaminate, decine di milioni di tonnellate di macerie intrise di sostanze tossiche. In Ucraina la distruzione della diga di Kakhovka, nel 2023, ha prodotto una trasformazione dell’ambiente che secondo gli esperti richiederà decenni per essere riassorbita. Sono danni che pesano sulla popolazione civile anche a guerra finita, e che quasi nessuno mette in conto a chi la guerra l’ha scelta.

ANCHE PRODURRE ARMI, addestrarsi e mantenere basi ed eserciti consuma energia e risorse. Secondo un rapporto Onu del settembre 2025, il settore militare pesa tra il 3,3 e il 7 per cento delle emissioni globali: se gli eserciti fossero uno Stato, sarebbero il quarto emettitore di CO2 del pianeta. Vignarca fa notare che queste emissioni restano in larga parte fuori dalla rendicontazione climatica internazionale.

NEL FRATTEMPO LA CORSA agli arsenali accelera. Secondo lo Stockholm international peace research institute (Sipri), un istituto di ricerca indipendente fondato in Svezia nel 1966, nel 2025 la spesa militare mondiale ha toccato i 2.887 miliardi di dollari: è l’undicesimo anno consecutivo di crescita. Per fare un confronto, i 300 miliardi annui di finanza climatica promessi alla Cop29 sono circa un decimo di quella cifra.

C’È POI LA MILITARIZZAZIONE delle risposte alla crisi climatica, dalle frontiere fortificate alla gestione securitaria delle migrazioni ambientali. Per Vignarca è la risposta sbagliata a un problema che richiede invece cooperazione. Il danno più grave delle guerre, scrive, non si misura solo in CO2: è l’erosione della fiducia tra gli Stati, senza la quale nessun accordo sul clima regge.

VIGNARCA FA SEI PROPOSTE per mitigare la crisi bellica e climatica: trasparenza obbligatoria sulle emissioni militari; inversione della corsa al riarmo, dato che tagliare del 10 per cento la spesa mondiale libererebbe quasi 300 miliardi l’anno; riconversione dell’industria bellica verso le produzioni della transizione; rafforzamento del diritto, riconoscendo l’ecocidio; protezione per i migranti ambientali; infine un cambio di paradigma sulla sicurezza, che non è solo difendersi militarmente ma anche cercare di evitare le morti per il clima.

AD ESEMPIO, NELL’ESTATE 2026 sono stati stimati circa 12mila morti in eccesso per il caldo in Europa e in Italia più di 40mila decessi prematuri l’anno per l’inquinamento dell’aria. Per queste stragi non ci sono investimenti paragonabili a quelli per la difesa.

SECONDO VIGNARCA, chi può cambiare rotta non sono i governi, ma la società civile attraverso una spinta dal basso, com’è accaduto in passato per la messa al bando delle le mine antiuomo o per le manifestazioni contro il nucleare.