In occasione della Giornata internazionale per la sensibilizzazione sul disarmo e la non proliferazione nucleare, Interris.it sentito il coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo Francesco Vignarca – Intervista di Lorenzo Cipolla per InTerris
All’epoca della “terza guerra mondiale a pezzi”, con la recente escalation in Medio Oriente, un numero di conflitti mai così alto da ottant’anni e una spesa in armamenti che ha raggiunto quasi tre trilioni di dollari – tremila miliardi -, la consapevolezza sulla necessità del disarmo è più che urgente. “Tante guerre e tante vittime dimostrano un fallimento reale: le armi non garantiscono la sicurezza”, dice a Interris.it il coordinatore delle campagne di Rete italiana Pace e Disarmo Francesco Vignarca, sentito da Interris.it in occasione della Giornata internazionale per la sensibilizzazione sul disarmo e la non proliferazione. A fine dicembre le Nazioni unite hanno calcolato come anche solo una parte delle risorse investite nella spesa militare globale potrebbe essere utilizzata per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, come debellare la fame o garantire la sanità di base nei Paesi a basso reddito. Ma non è “solo” una questione economica, per Vignarca, pure di approccio: “Investire nelle armi porta a vedere tutti i problemi in ottica militarizzata, se cerchiamo di costruire una cultura della cooperazione e della volontà collettiva possiamo affrontare i problemi per quello che sono e in base alle reali necessità della popolazione”. Perché la pace, aggiunge, “non arriva per caso, ma con strumenti e indirizzi precisi”.
Dottor Vignarca, perché è importante questa giornata?
“Occasioni come questa servono a seminare informazioni, cultura e pensieri in una direzione che permetta di fare scelte politiche. Viviamo in un periodo in cui c’è una proliferazione di armi, sia in termini quantitativi che qualitativi, penso ai nuovi sistemi d’arma con i cosiddetti ‘killer robots’, e un’occasione come questa mette l’accento sulla consapevolezza della necessità del disarmo”.
Scaduto il New Start, il trattato che limitava gli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russi, a fine aprile ci sarà la revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Gli accordi mondiali sono “in salute” o sono in bilico?
“Questi accordi sono stati molto positivi. Il Trattato non proliferazione, sebbene non fosse nell’ottica di un disarmo completo, ha contributo a un disarmo reale ed è stato firmato praticamente da tutti i Paesi. Dalla fine della Guerra fredda a oggi le teste nucleari sono scese da 70mila a 12.500. Il problema è che sono in stallo perché le norme di diritto legate al disarmo sono fragili e gli Stati non investono più nel diritto internazionale. Per questo motivo dobbiamo continuare a fare pressione sui governi, come abbiamo fatto con la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari che ha portato nel 2017 al Trattato sulla proibizione totale delle armi nucleari. Un percorso che ha portato a cambiare prospettiva in termini di consapevolezza”.
Quale?
“Dall’ottica geostrategica delle grandi potenze e a quella umanitaria della protezione delle persone. Tutti possiamo intervenire, anche i Paesi più piccoli, se si sentono minacciati. Ma la politica oggi è molto fragile ed è influenzata dai poteri economici, gli esperti parlano di neo-regalismo per descrivere la situazione in cui la leadership mondiale fa gli interessi di una ristretta élite”.
“Il disarmo non è un lusso di cui godere solo in tempo di pace. È un mezzo per prevenire la guerra”, ha detto il Segretario generale dell’Onu Guterres. La Conferenza sul disarmo riesce a far valere il proprio ruolo?
“E’ strumento che funziona poco. Una delle nostre richieste a livello internazionale è quella di ottenere una sessione speciale della Conferenza internazionale sul disarmo che manca da circa 35 anni. Cinquant’anni fa la Conferenza di Helsinki ha avviato le dinamiche che hanno portato alla fine della Guerra fredda, si sono tenuti incontri periodici in cui gli Stati si parlavano e provavano a risolvere i problemi. Il disarmo è una scelta di politica non violenta, la pace non arriva per caso, ma con strumenti e indirizzi precisi”.
La spesa militare globale è salita a 2,7 trilioni di dollari (Sipri). Non servirebbe invece un’economia della pace per uno sviluppo generale equo e inclusivo?
“La gran parte dei problemi del mondo, anche quelli legati alla sicurezza, derivano dalle disuguaglianze e dalle pressioni sociali, politiche ed economiche. A fine dicembre un report delle Nazioni unite dimostrava che spostando parte della spesa militare globale si potrebbero realizzare gli obiettivi dell’Agenda 2030. Il 4% consentirebbe di debellare la fame, il 14% permetterebbe di fornire assistenza sanitaria di base a tutti nei Paesi a basso reddito. Risultati epocali, che non dipendono solo dalla questione economica ma anche dall’approccio: investire nelle armi porta a vedere tutti i problemi in ottica militarizzata – e la guerra si porta dietro distruzione, disuguaglianze, povertà -, se cerchiamo di costruire una cultura della cooperazione e della volontà collettiva possiamo affrontare i problemi per quello che sono e in base alle reali necessità della popolazione”.
Nel mondo mai tanti conflitti come oggi dal Secondo dopoguerra, mette nero su bianco il Global peace index. Papa Leone ha aperto il suo pontificato richiamandoci alla “pace disarmata e disarmante”. Come si educa alla pace?
“Tante guerre e tante vittime dimostrano un fallimento reale: le armi non garantiscono la sicurezza. Le parole di papa Leone sono fondamentali, non si riferiva a una pace ‘generica, ma ‘disarmata’ – e come già diceva papa Francesco, se la porti con le armi non è pace – e disarmante, perché dobbiamo risolvere i problemi con la fratellanza. Abbiamo incontrato il Pontefice a maggio scorso e ci ha stimolato dicendo che nelle scuole di pace che stanno gemmando in tutta Italia dobbiamo mostrare ai giovani quelle esperienze che dimostrano come la pace sia fattibile per incentivarli a mettersi in gioco e preparare la pace, perché non la si raggiunge per caso”.
