In Europa, il nucleare è presentato come risorsa per mantenere la pace. Un paradosso. A colloquio con Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete Pace e Disarmo – su “La Nuova Ecologia” di aprile 2026, a cura di Vanessa Pallucchi
Abbiamo chiesto a Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Pace e Disarmo, di cui Legambiente è parte, di aiutarci a leggere cosa sta accadendo nell’uso e nello sviluppo del nucleare bellico, a partire dall’analisi che ne fa in Disarmo Nucleare (Altreconomia). Glielo chiediamo a poche settimane dal quarantesimo anniversario di Cernobyl. Ma anche quando il nucleare torna, nelle scelte europee e nel sentire comune, a essere considerato una risposta alla questione climatica. Il nucleare come risorsa, anche per mantenere la pace. Un paradosso che Vignarca sviscera bene nel suo lavoro.
Il presente torna a raccontare il nucleare come risorsa imprescindibile per la sicurezza. È così?
La deterrenza è un concetto mafioso: “non toccarmi perché posso farti male”. Non perché sono nel giusto ma perché sono più spietato. Tutte le guerre si basano sulla deterrenza e il nucleare ne è il vertice assoluto, ma per ogni scudo c’è sempre una spada più potente.
Nel quadro che fai sulla necessità del disarmo aggiungi un ragionamento sul livello di rischio che si corre col nucleare militare. Ma il rischio c’è anche con quello civile.
Il rischio incidente è un fattore comune tra nucleare militare e civile. Non esiste in nessuna “cosa” umana la sicurezza che tutto vada bene. Se l’impatto del rischio di una determinata azione pesa meno di un eventuale vantaggio, te lo accolli. Con le armi e le energie nucleari, però, l’eventuale incidente genera una devastazione molto più grande rispetto al vantaggio che potremmo avere.
Nel libro riporti un dato sulle conseguenze, dirette e non, delle radiazioni prodotte dai test nucleari, che hanno avuto effetti su 10 milioni di persone. Per non parlare degli ecosistemi. Perché allora, in Italia, il nucleare è considerato un’opportunità persa?
Siamo abituati a guardare il parziale e non le ricadute complessive: è vero che per rispondere ai cambiamenti climatici occorre puntare all’azzeramento delle emissioni, ma nel caso del nucleare ci sono altri aspetti da considerare. Questo accade anche per responsabilità della scienza applicata alla tecnologia, che si è limitata a studiare il meglio di un pezzo, senza interessarsi a come quel pezzo interagisce all’interno di un sistema.
Come ambientalisti cerchiamo di coltivare fiducia nel futuro, proporre un orizzonte di cambiamento. Proviamo a farlo, anche con sintesi come “la pace è rinnovabile”, ma non tutti colgono il nesso.
È difficile da spiegare perché è un nesso sistemico, complesso. Mentre il sistema di guerra è basato anche sulla facilità di motivare, basta dipingere “gli altri” come nemici. Si tende a generare minacce, paure, a disumanizzare la relazione. Le minacce sistemiche reali, come i 40mila morti all’anno per inquinamento in Pianura Padana, sono colte con più difficoltà.
Vorrei riprendere il ragionamento che fai sul valore, strategico e culturale, del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari adottato dall’Onu nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021. Vi aderiscono 93 Stati, oltre la metà di quelli presenti al mondo, tra questi non ancora l’Italia. Perché è una speranza per il futuro?
Impazzisco quando sento affermare, per svalutarne il senso e l’efficacia, che nel trattato non ci sono dentro le potenze nucleari. Vero, le cose non succedono dall’oggi al domani, hanno bisogno di tempo. Ma hanno bisogno anche di un pensiero diverso. L’elemento chiave del trattato è il cambio di prospettiva. È il primo trattato di disarmo che contiene elementi di protezione e riqualificazione ambientale e di risposta umanitaria per le popolazioni colpite. Cambia il paradigma, dallo sguardo strategico che regola i rapporti di forza a quello delle vittime. E questo sguardo si è portato dietro una serie di conseguenze cruciali.
Quali?
Se lo sguardo è quello delle vittime tutti possiamo essere colpiti dalle armi nucleari e subirne le conseguenze, allora non è più una questione tra Stati, ma ne parliamo tutti dentro una logica di democrazia globale. La proliferazione è una procedura, ripeto, che impatta su tutti: capiamo insieme come arrivare a un progressivo disarmo. Durante i lavori del Trattato, un comitato scientifico ha delineato come e in che tempi arrivare al disarmo nucleare. Così da non dare alibi alle potenze nucleari sulla presunta impossibilità di prendere questa scelta.
