home Parole e notizie Spese militari o welfare? A noi la scelta (attiva)

Spese militari o welfare? A noi la scelta (attiva)

I boom della spesa militare vengono finanziati quasi sempre a debito, scaricano il proprio costo sui servizi pubblici futuri e portano a benefici economici effimeri che svaniscono rapidamente. Mio commento per il Manifesto.

Il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato in questi giorni la sezione del World Economic Outlook dedicata alle spese militari, analizzando i dati di impegno armato di 164 paesi. Le conclusioni – forse per questo praticamente non riprese da media e politica – non lasciano spazio a interpretazioni: aumentare i budget per la difesa indebolisce i conti pubblici, non produce crescita economica stabile e costringe i governi a scegliere tra armamenti e servizi sociali.

Non è (più solo) una tesi del mondo pacifista, ma valutazione in proiezione di bilancio certificata da una delle più importanti istituzioni economiche internazionali. Gli analisti del FMI sono chirurgici nello smontare il mito fallace dei ritorni positivi dei fondi pubblici dirottati sulle armi: i boom della spesa militare vengono finanziati quasi sempre a debito, scaricano il proprio costo sui servizi pubblici futuri e portano a benefici economici effimeri che svaniscono rapidamente. Soprattutto perché gran parte dello “stimolo pubblico” finisce in importazioni di sistemi d’arma stranieri.

In Italia questo schema è già in atto: la pressione a raggiungere in fretta (e quasi superare) il 5% del Pil per le spese militari, obiettivo indicato nei documenti politici (non vincolanti) dei summit NATO e nelle dichiarazioni governative, sottrae risorse strutturali a sanità, scuola, transizione ecologica. Anche perché nel caso del nostro Paese (e questo il FMI lo aveva già evidenziato anni fa) per raggiungere tali livelli di spesa non è possibile aumentare il già mostruoso debito, per cui o si tagliano altre spese o si aumentano le tasse. In definitiva ogni miliardo aggiunto ai budget della difesa è un miliardo tolto da qualcos’altro: Rete Pace Disarmo e le organizzazioni pacifiste lo dicono da anni, ora ce lo conferma anche il FMI.

Ma la società civile internazionale non ha dovuto aspettare queste analisi per capirlo e attivarsi di conseguenza. Ormai è dal 2011 che le Giornate Globali di Azione sulle Spese Militari (GDAMS) costruiscono uno spazio coordinato di pressione politica su questo tema. Organizzate dalla Campagna Globale sulle Spese Militari (GCOMS) dell’International Peace Bureau le GDAMS coincidono deliberatamente con la pubblicazione annuale dei dati SIPRI (che avverrà il prossimo 27 aprile), trasformando un momento di conoscenza in un momento di mobilitazione. Il calendario 2026 si estende dal lancio odierno al 9 maggio, Giornata europea della Pace, toccando il Tax Day del 15 aprile negli USA e la Giornata della Terra del 22 aprile.

Un’azione fondata sul come Appello GDAMS 2026, già sottoscritto da oltre 150 organizzazioni, che non si riduce a un generico richiamo alla necessità della pace, ma elenca una serie di richieste politiche specifiche rivolte a governi e istituzioni. Una precisione di numeri e domande che essa stessa uno strumento: è più difficile schivare una domanda precisa che un’aspirazione vaga.

In Italia il lavoro sulle spese militare è incentrato nelle due campagne “Ferma il Riarmo” (mobilitazione della società civile contro l’aumento dei budget armati del nostro Paese) e “Stop Rearm Europe” (risposta al piano europeo che mobiliterebbe centinaia di miliardi per scopi militari sottraendoli a transizione ecologica e coesione sociale). Due strumenti di attivazione che prendono le mosse da un unico argomento: i soldi ci sono, ma vengono spesi nelle direzioni sbagliate. Perché i dati (quelli del SIPRI, quelli del FMI, quelli che le GDAMS e le nostre campagne diffondono ogni anno) sono necessari ma non sufficienti.

L’informazione da sola non cambia le scelte politiche. Ciò che serve è la mobilitazione: reale, territoriale, di base. Persone che si attivano nelle piazze, sostegno alle richieste collettive, assemblee pubbliche e consigli comunali in cui il tema si pone all’ordine del giorno. Quello delle spese militari non è un tema riservato a fantomatici esperti ed analisti, perché portano a conseguenze che toccano tutti. E dunque va portato nelle comunità che di solito non ne parlano, chiedendo esplicitamente agli amministratori locali dove si collocano, pubblicamente, in questa prospettiva. E ai Parlamentari in che direzione intendono votare, nel futuro, sentendo la pressione dell’opinione pubblica.

L’obiettivo è riorientare l’uso delle risorse, dimostrando che la sicurezza non si costruisce con le armi ma con la giustizia e la protezione delle persone. La scelta tra spese militari e spese sociali non è immutabile e lontana: la si definisce nelle leggi di bilancio quando la pressione sociale obbliga i governi a destinare le risorse a cooperazione positiva e non a una militarizzazione distruttiva.