home Parole e notizie “La scusa del governo è ridicola: la logistica oggi decide le guerre”

“La scusa del governo è ridicola: la logistica oggi decide le guerre”

Una mia intervista per il Fatto Quotidiano, a cura di Tommaso Rodano

Non possiamo più sentirci rispondere: state tranquilli, è tutto secondo le regole. Vogliamo sapere cosa è successo davvero”. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Pace Disarmo, chiede che il governo riferisca in Parlamento dopo le dichiarazioni del Segretario generale della Nato Mark Rutte, secondo cui circa 500 aerei statunitensi sarebbero decollati da basi italiane durante l’operazione contro l’Iran.

Chi dice la verità, Rutte o Crosetto e Tajani?

Il punto non è il singolo episodio. Il problema è strutturale e lo denunciamo da anni. Non stiamo parlando di una decisione della Nato, ma di una decisione degli Usa. Per questo le parole di Rutte sono curiose, superficial: cosa c’entra la Nato con la scelta tutta americana di attaccare l’Iran utilizzando basi che dipendono da accordi bilaterali tra Roma e Washington? Facciano chiarezza: se sono partite missioni dalle basi presenti in Italia, vogliamo sapere quante sono state, perché e con quali autorizzazioni.

Il governo insiste: si è trattato solo di supporto logistico.

Come se fosse poco! Il generale americano Omar Bradley diceva: “In guerra i dilettanti parlano di strategia, i professionisti parlano di logistica”. Nelle guerre moderne, ancora di più, la logistica è parte decisiva dell’operazione: trasporti, intelligence, individuazione degli obiettivi, supporto operativo.

Le parole di Rutte sono strane: che c’entra la Nato? L’uso delle basi l’hanno deciso Italia e Stati Uniti

L’Iran intanto ci ha definito “complici” della guerra statunitense.

Quella è anche propaganda politica, ma il problema è più profondo. Perché oggi è l’Iran, domani potrebbe essere qualcosa di molto più vicino a noi. Davvero dobbiamo accettare che gli Stati Uniti decidano di attaccare un Paese e che l’Italia debba automaticamente fornire supporto, anche quando la scelta può diventare controproducente per i nostri interessi?

È sufficiente portare la questione in Parlamento o servono altre forme di controllo democratico?

Serve un cambio di paradigma. Quando si entra in uno scenario di guerra non può bastare la gestione ordinaria delle basi. Devono scattare meccanismi diversi e un coinvolgimento sostanziale dell’opinione pubblica attraverso il Parlamento. Non è tollerabile che ancora ci si richiami ad accordi in gran parte segreti. Altrimenti rischiamo di scoprire soltanto a posteriori che l’Italia è stata coinvolta in operazioni che non ha mai realmente discusso né deciso.