home Parole e notizie L’Ue esorta l’Italia a fare debito per comprare armi

L’Ue esorta l’Italia a fare debito per comprare armi

Pressioni sul governo perché chieda più risorse dal fondo SAFE. Ma i conti della Difesa indicano come di quei soldi non ci sia bisogno se non per sostenere l’industria bellica. Il 14 giugno scorso i pacifisti hanno manifestato in migliaia a Bruxelles – mio articolo di commento per Sbilanciamoci

C’è qualcosa di rivelatore nella dinamica che si è consumata in questi giorni a Bruxelles. La Commissione europea, attraverso un proprio portavoce, ha esortato l’Italia a firmare “rapidamente” gli accordi di prestito del programma SAFE per la difesa, avvertendo che resta “ancora un mese di tempo” prima che i fondi non utilizzati vengano riallocati verso altri Stati membri. “Il tempo è essenziale”, ha dichiarato la Commissione, perché “dobbiamo aiutare la nostra industria della difesa europea ad aumentare la produzione e le sue capacità produttive”. Tradotto: l’Unione fa pressione su uno Stato Membro sovrano affinché contragga un debito. Non per ricevere un trasferimento, non per accedere a risorse a fondo perduto, ma per indebitarsi. È bene fermarsi un momento su questo punto, perché è davvero poco ordinario.

Un prestito, non un regalo

Conviene ricordare cosa sia davvero SAFE, perché il dibattito pubblico continua a ignorare l’aspetto più elementare della questione. Il Security Action for Europe è uno strumento finanziario da 150 miliardi di euro con cui la Commissione, indebitandosi sui mercati tramite l’emissione di obbligazioni europee comuni, mette a disposizione degli Stati membri dei prestiti da restituire in 45 anni. Il temine chiave è questo: prestito. Non sovvenzione… non trasferimento a fondo perduto… non “regalo”. Al momento della strutturazione del SAFE all’Italia era stato assegnato un massimale possibile di erogazione di 14,9 miliardi (una delle quote più alte tra gli Stati UE) e il governo di Roma lo aveva prenotato nell’agosto 2025 senza poi formalizzarne l’attivazione. E solo nelle ultime settimane sono trapelare le intenzioni (in particolare del Ministro dell?economia Giorgetti) di ridurre drasticamente l’ipotesi di richiesta, limitandola a una quota stimata intorno ai 5-6 miliardi. Di fatto lo stretto necessario a coprire l’acquisto i programmi che già prevedono contratti firmati e che in una certa misura vengono considerati non rinunciabili (dal sistema missilistico italo-francese SAMP-T ad altri programmi in essere). Già questo dato dovrebbe far riflettere: se la metà o più del massimale “prenotato” si rivela superflua nel momento in cui bisogna davvero sottoscrivere un accordo che poi impegnerà a restituirla (pur se in un futuro lontano), significa che la cifra iniziale non rispondeva a un fabbisogno reale ma a una logica di  mero posizionamento.

Lo abbiamo scritto più volte come Osservatorio Mil€x e vale la pena ribadirlo: SAFE non crea risorse pubbliche nuove. Chi vi accede si carica un debito che ricadrà comunque sui conti pubblici futuri, con i relativi oneri di restituzione e interessi. Rendendo fragili se non impossibili investimenti nello stato sociale e in forme dirette di sostegno alle necessità dei cittadini. Non è una posizione ideologica, è aritmetica: lo ha confermato anche il Fondo Monetario Internazionale, che nel World Economic Outlook dell’aprile 2026 e nel rapporto di missione sull’Italia ha messo nero su bianco come qualsiasi aumento credibile della spesa militare richieda “un mix di aumenti delle entrate e tagli alla spesa pubblica”, avvertendo che per i Paesi già fragili sul fronte debitorio si profila “un indebolimento della resilienza economica”.

Ed eccoci al cuore del paradosso. Le pressioni sul SAFE provengono da quella stessa Unione Europea che per decenni ha fatto della “disciplina” inderogabile sul bilancio italiana una era propria ossessione. Un’UE che ha vincolato, sorvegliato e sanzionato il nostro Paese in nome del contenimento del debito, e che ancora oggi tiene l’Italia dentro una procedura di infrazione collegata a questi aspetti. La stessa Unione che chiude la porta quando il governo chiede flessibilità sul caro-energia, ora spinge perché quel debito cresca, purché cresca sugli armamenti. Il messaggio implicito è inequivocabile: ci sono debiti “virtuosi” (quelli armati) e debiti negativi e problematici…  e a distinguerli non è la sostenibilità dei conti ma la destinazione della spesa. Indebitarsi per ammortizzatori sociali o per la transizione energetica resta sospetto; indebitarsi per comprare missili e munizioni diventa un dovere da assolvere “rapidamente”. Non c’è da stupirsi: SAFE è un istituto costruito per favorire l’interesse dell’industria militare, esattamente come tante altre scelte fatte di recente a livello europeo. La pressione su Roma è coerente con questa logica, non con quella della prudenza fiscale (o delle necessità vere delle popolazioni)

La favola della “difesa comune” che nasce da prestiti e fondi a favore dell’industria

C’è poi un secondo argomento, ripetuto con insistenza soprattutto da voci centriste e da una parte del mondo politico ed editoriale, che merita di essere smontato. Si dice: accedere a SAFE rafforzerebbe la coesione industriale militare europea, favorirebbe la convergenza produttiva e sarebbe quindi un passo preliminare, o addirittura basilare, verso la difesa comune europea e (magari) un esercito europeo unico. Un racconto “suggestivo”, ma strutturalmente falso. Perché in tale prospettiva (se uno la volesse davvero) quello da sciogliere sarebbe un nodo politico, non economico o di risorse. Lo dimostra l’esperienza di fondi ben più strutturati e direttamente legati alla coproduzione europea, che pure non hanno prodotto la convergenza promessa. Il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) ne è la prova plastica. Come documenta il recente fact-sheet del network europeo ENAAT (European Network Against Arms Trade), dopo i primi tre anni di EDF quasi un quarto dei finanziamenti è finito nelle tasche dei giganti Leonardo, Thales e Airbus, e quasi due terzi del denaro è andato a quattro soli Paesi: Francia, Italia, Germania e Spagna. Tutti gli altri sotto il 5%. Non è convergenza, è concentrazione. Questi strumenti, lungi dal fondere le industrie nazionali in un sistema comune, consolidano la posizione dominante di pochi grandi gruppi e (altro elemento che la “narrazione” di certe voci tace) lasciano sempre spazio alle industrie extra-UE, senza creare quella reale integrazione europea che a parole dovrebbero promuovere.

C’è di più, e il fact-sheet di ENAAT lo evidenzia bene. Questi fondi non solo non integrano la produzione europea, ma al contrario alimentano l’export e le sue distorsioni. I principali beneficiari dell’EDF sono anche i maggiori esportatori di armi dell’UE verso destinazioni controverse, e tra i criteri stessi di assegnazione dei fondi è stata inserita la capacità delle aziende di vendere all’estero, di creare “nuove opportunità di mercato”. Le armi europee sono state usate o si trovano in teatri come Gaza, lo Yemen, il Sudan; in più di un caso sono state oggetto di triangolazioni o ri-esportazioni verso Paesi o attori armati che non rispettano alcuna norma delle Convenzioni sui conflitti e di certo stanno al di fuori dei criteri delle leggi (nazionali ed europee) che regolano l‘export militare. Altro che “spina dorsale di una difesa comune”: siamo di fronte ad un mastodontico (e propagandato, con pressioni politiche evidenti)  finanziamento pubblico di una macchina commerciale che sfugge persino al controllo delle stesse istituzioni che la foraggiano sulle destinazioni finali dei propri pericolosi prodotti.

La verità è semplice e va detta con chiarezza. Finché gli Stati membri si riserveranno di decidere per conto proprio sulle questioni di sicurezza, difesa e politica estera e finché non decideranno di mettere davvero in comune a livello europeo la propria sovranità (anche quella militare) nessuna integrazione di questo campo potrà avvenire, improvvisamente o per per magia. E di sicuro non sarà un fondo di prestito mal strutturato, che non riesce nemmeno a centrare i propri obiettivi industriali, a compiere il “miracolo” dell’Europa della difesa. Chiedere a uno strumento finanziario sbagliato di generare un’unione politica che gli Stati al momento sembrano non volere è un’illusione, o peggio una mistificazione.

I conti che smascherano l’urgenza

E qui arriva il dato forse più interessante, perché ribalta l’intera retorica dell’emergenza. Come abbiamo appena documentato come Osservatorio Mil€x analizzando il Rapporto sulla Performance 2025 del Ministero della Difesa, i soldi stanziati per le armi sono già oggi più di quelli che il sistema amministrativo militare riesce effettivamente a spendere. I numeri parlano da soli. Nel 2025 la Difesa ha allocato per l’ammodernamento circa 9,6 miliardi di euro, ma sul settore investimento si è aperto un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi: gli stanziamenti c’erano, mancavano i soldi liquidi per onorare gli impegni. Il Ministero dell’Economia ha dovuto concedere un’integrazione straordinaria di cassa da 800 milioni per evitare il blocco. Dei 9,6 miliardi destinati alle armi ne sono stati effettivamente erogati circa 7,7, l’80%: il resto slitta agli anni successivi. E il debito commerciale della Difesa è quasi quadruplicato in dodici mesi, passando da circa 97 a quasi 361 milioni.

Cosa significa tutto questo? Significa che non esiste alcuna necessità produttiva impellente, nemmeno sul piano strettamente militare. Significa che non c’è una macchina amministrativa in grado di gestire i volumi che le vengono riversati addosso. Si stanziano per gli armamenti cifre che la struttura non riesce ad assorbire nello stesso esercizio, e la priorità evidente non è l’efficacia della spesa (neppure dal punto di vista della funzionalità delle Forze Armate) ma la cifra da esibire. Vengono messi fondi in più non perché servano, ma per favorire gli affari dell’industria militare, per garantire commesse, per alimentare la crescita in borsa dei gruppi del settore e, con essa, il vantaggio per mega-fondi finanziari che li possiedono e che da quella crescita traggono profitto. Il riarmo accelerato è, quasi strutturalmente, riarmo industriale. SAFE serve a versare altro carburante in un motore che già è saturo e sta alimentando una bolla che potrebbe divenire incontrollabile.

La società civile non si arrende

A riguardo della minacciosa e problematica situazione appena descritta vale la pena raccogliere l’appello della lettera aperta “Security for Whom?”, promossa da TNI, ENAAT e Stop ReArm Europe e firmata da decine di organizzazioni della società civile europea, tra cui la Rete Italiana Pace e Disarmo. Il 14 giugno oltre 12.000 persone hanno manifestato a Bruxelles al grido di “Welfare not Warfare”, e il giorno seguente più di settanta rappresentanti di movimenti, sindacati, ONG ed esperti di pace, clima, salute e diritti si sono riuniti per lanciare un allarme preciso ai decisori europei.

La richiesta è netta: respingere la proposta di destinare 131 miliardi di euro a difesa, sicurezza e spazio nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034, e fermare la militarizzazione del bilancio UE. Proteggere i fondi civili (quelli per coesione, sviluppo regionale, ricerca, ambiente, affari sociali) da un “sequestro” militare, impedendo che denaro pensato per obiettivi sociali, ambientali o regionali venga dirottato verso i profitti aziende di armamenti. Creare un quadro vincolante di esclusione su diritti umani, ambiente e due diligence, perché il denaro pubblico non finisca a imprese coinvolte in crimini di guerra, occupazione, repressione o distruzione ambientale. E direzionare nuovamente le risorse verso la sicurezza umana: sanità, casa, istruzione, cura, azione climatica, lotta alla povertà, costruzione di pace e cooperazione internazionale.

Sono scelte concrete, supportate da dati e da controproposte. Perché, proprio come ricorda la lettera, non si tratta di astratti compromessi: ogni euro incatenato dentro un involucro settennale di spesa militare è un euro sottratto agli asili, ai tempi d’attesa negli ospedali, ai costi della casa e alle bollette dei cittadini europei. Più spesa militare non risolve i nostri problemi sociali, economici, ambientali e politici. Li aggrava.

Il pressing della Commissione su Roma in queste settimane è il sintomo di una rotta sbagliata. L’Italia non ha bisogno di indebitarsi più in fretta per comprare armi che non riesce nemmeno a pagare in tempo. Ha bisogno, semmai, di un dibattito pubblico onesto su dove stiano andando le sue risorse e su chi ci guadagni davvero.Arrendersi alla propaganda dell’urgenza e alla pressione degli interessi armati non è realismo, ma un grave fallimento della reale responsabilità di proteggere cittadine e cittadini.