Chi si oppone alla corsa alle spese militari, chi propone strade diverse dalla forza, chi ricorda che la pace non nasce dalle armi diventa un “disertore”, un traditore dell’articolo 52 della Costituzione. Conviene fermarsi su questa accusa, perché capovolge la realtà. Il pacifismo e la non violenza si possono criticare, ma le critiche vanno fatte nel merito
Mio commento per Domani
In questi giorni la parola “diserzione” è tornata a circolare come un marchio d’infamia, da appiccicare a chiunque non accetti l’equazione tra difesa e riarmo. Chi si oppone alla corsa alle spese militari, chi propone strade diverse dalla forza, chi ricorda che la pace non nasce dalle armi diventa un “disertore”, un traditore dell’articolo 52 della Costituzione. Conviene fermarsi su questa accusa, perché capovolge la realtà.
“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”: su questo nessuno discute. Ma chi cita l’articolo 52 per sostenere che tutti dovremmo imbracciare le armi ne offre una lettura strumentale, smentita dalla stessa Corte costituzionale. Con la sentenza 164 del 1985, già anticipata dalla 53 del 1967, la Consulta ha fissato un principio netto: il dovere di difesa non coincide con l’obbligo militare e può essere adempiuto anche «attraverso adeguati comportamenti di impegno sociale non armato». Il dovere di difesa è inderogabile, nessuna legge potrebbe cancellarlo; il servizio armato è soltanto uno dei modi possibili, «nei limiti stabiliti dalla legge». Non è una sfumatura: sono due cose distinte. E la distinzione la dobbiamo proprio a quegli obiettori di coscienza che oggi verrebbero liquidati come “disertori”, e che invece la difesa non l’abbandonarono affatto: scelsero di adempierla in un altro modo. Chi appiattisce l’articolo 52 sulla sola forza armata non lo difende: lo forza.
È falso, poi, che l’articolo 52 (a differenza dell’articolo 11) non sia popolare né sappia generare attivismo, come pure qualcuno sostiene. La campagna “Un’altra difesa è possibile” fa riferimento diretto proprio all’articolo 52 dal 2014. Oggi è in una nuova fase: negli ultimi sei mesi abbiamo raccolto oltre 50mila firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare, che ci apprestiamo a depositare in Parlamento. Comitati, reti e associazioni esistono, da anni. Il problema è un altro: da tempo certe letture culturali di segno militare hanno fatto slittare il significato della parola “difesa” fino a comprimerla in un’unica accezione, quella armata. Difesa uguale armi, riarmo, muscoli. Ogni altro senso (civile, sociale, preventivo) sparisce dal vocabolario pubblico.
È lo stesso meccanismo con cui l’espressione “missioni di pace” è diventata il paravento di vere e proprie operazioni militari. Dall’Afghanistan all’Iraq, dopo aver giustificato armi e interventi con parole altisonanti, si sono poi abbandonati interi popoli al loro destino. Le parole vengono svuotate, usate al contrario del loro senso, e nessuno ne risponde. Eppure forme di difesa più efficaci di quelle armate esistono, e non sono ingenuità: difesa civile non armata, corpi di pace, diplomazia, cooperazione, costruzione della pace che non distrugge ciò che poi si dovrà faticosamente ricostruire. Con molti esempi concreti già realizzati.
C’è un dettaglio che dice molto. La levata di scudi in difesa di un singolo articolo si accompagna alla dimenticanza, se non alla perversione, dell’articolo 11, quello che ripudia la guerra. E scatta stizzita appena si evoca la parola “diserzione”, trattata come una bestemmia. Eppure la diserzione l’hanno praticata i partigiani, sottraendosi alla chiamata alle armi fasciste, e i pacifisti che si opposero al disastro della Prima guerra mondiale: gente che, alla prova dei fatti, aveva ragione. Lo abbiamo dimenticato?
Oggi l’articolo 52 viene evocato quasi soltanto a proposito della guerra in Ucraina: conflitto drammatico e vicino, segnato dalle vite e dai territori distrutti dalla criminale invasione russa. Ma è l’unica guerra al mondo? Noi cerchiamo da sempre di evitare l’escalation in ogni contesto, anche quando chi oggi si erge a paladino “della pace e della libertà” trattava commesse di armi con gli autocrati. Chi tace su Sudan e Yemen, non sta dalla parte degli oppressi a Gaza, ha avallato 25 anni di “guerra al terrore” che hanno incendiato mezzo mondo e non spende una parola contro chi bombarda Stati sovrani non pratica la coerenza: pratica la mistificazione. Chiamarla disonestà intellettuale non sarebbe eccessivo.
Alla radice c’è un paraocchi: l’incapacità di ammettere che le soluzioni militari non producono pace, e spesso nemmeno vittoria. Lo dicono i campi di battaglia, dove perfino le maggiori potenze non riescono a imporre ciò che vogliono, lasciando dietro di sé solo destabilizzazione. Se davvero l’articolo 52 giustificasse “qualsiasi azione armata” in nome della difesa, non sarebbe più un limite ma una delega in bianco alla forza: l’esatto contrario dello spirito costituzionale.
Vogliamo un dibattito culturale vero, non essere silenziati. Chiediamo spazio, in condizioni di parità. Sappiamo di poter essere criticati, e va benissimo: c’è chi giudicherà ingenui la nonviolenza e il pacifismo, e ne ha tutto il diritto. Chiediamo però che lo si faccia nel merito, senza argomenti fantoccio e senza mistificare la Costituzione. Chiudo con una domanda a chi invoca il riarmo “ineluttabile”: come mai in 25 anni le spese militari mondiali sono raddoppiate e le guerre, invece di diminuire, sono soltanto aumentate? I disertori della Costituzione, forse, sono altrove.